Mancano meno di 20 giorni all’inizio dei Mondiali di calcio 2026, la partita inaugurale tra Messico e Sudafrica si giocherà l’11 giugno allo stadio Azteca di Città del Messico, e Paolo Zampolli non si arrende. L’Inviato Speciale degli Stati Uniti per le Partnership Globali, uomo di fiducia di Donald Trump, è tornato a parlare di un possibile ripescaggio della nazionale italiana citando questa volta l’epidemia di Ebola in Congo come argomento a sostegno della sua tesi.

Chi è Paolo Zampolli e perché viene ascoltato

Zampolli è nato a Milano nel 1970, figlio di un noto imprenditore italiano. Negli anni Novanta si è trasferito a New York e ha fondato un’agenzia di modelle. È lui ad aver portato Melania Knauss dalla Slovenia negli Stati Uniti e ad averla presentata nel 1998 a Donald Trump, con cui ha poi lavorato nel settore immobiliare. Oggi è l’uomo di fiducia del presidente americano per le relazioni internazionali in senso non convenzionale, e in questa veste si era già rivolto sia a Trump che al presidente della FIFA Gianni Infantino per perorare la causa del ripescaggio italiano in caso di forfait dell’Iran.

La nuova argomentazione: l’Ebola in Congo

Intervistato nel programma Dritto e Rovescio su Rete 4, Zampolli ha illustrato il ragionamento che lo porta a sperare ancora. “Per me è stato un sogno. Io ho detto al presidente: in caso l’Iran per qualsiasi ragione non veniva, ci sarebbe stata bene l’Italia, perché è 16 anni che non andiamo ai Mondiali e tutti i giovani non hanno mai visto l’Italia giocare. E sarebbe ora, specialmente avendo vinto la Coppa del Mondo quattro volte”, ha detto.

Poi l’annuncio della nuova variabile: “Tutto è possibile, il mio sogno rimane e penso che anche quelli che mi sono andati molto contro, quando dormono hanno il mio stesso sogno. Adesso è successa un’altra cosa. Purtroppo l’Ebola, questa malattia che abbiamo avuto qualche anno fa in Africa, è scoppiata in Congo e ci sono già 500 casi, 150 morti, dei numeri pazzeschi, quelli che sappiamo. E hanno cancellato il ritiro in Congo, a Kinshasa. Sembra che stanno mandando i giocatori in Belgio per fare il ritiro”.

Sul fronte dell’Iran, Zampolli ha anche toccato la questione dei visti: “Ovviamente i giocatori e le squadre sono benvenuti, ma il mio segretario di Stato Marco Rubio è stato molto esplicito e sincero. I giocatori iraniani sono tutti benvenuti e vogliamo che vengano. Però se delle persone si intromettono, quando sono nelle liste di persone designate per il terrorismo che sono pericolose per la nostra sicurezza nazionale, non avranno mai l’accesso al nostro Paese”.

Il Fatto Quotidiano riporta anche una seconda dichiarazione più diretta di Zampolli: “L’epidemia è talmente grave che non si può correre il rischio di far arrivare negli States i giocatori della Repubblica Democratica del Congo. Sarebbe davvero difficile non pensare come prima idea alla Nazionale italiana”.

Perché il ripescaggio per il Congo è praticamente impossibile

Il problema con l’argomentazione di Zampolli è che la premessa si sgretola di fronte ai fatti. La nazionale della Repubblica Democratica del Congo ha effettivamente annullato il pre-ritiro a Kinshasa e spostato la preparazione in Belgio, ma questo azzera le probabilità di un forfait, non le aumenta.

I giocatori della nazionale congolese militano tutti in club europei e non hanno messo piede nel loro Paese da almeno 21 giorni. Questo li esclude automaticamente dal divieto di ingresso negli Stati Uniti, che lunedì ha annunciato controlli sanitari più severi alle frontiere vietando l’ingresso ai cittadini stranieri che abbiano viaggiato in Uganda, nella Repubblica Democratica del Congo o nel Sud Sudan negli ultimi 21 giorni. Un funzionario statunitense ha chiarito martedì che la nazionale congolese si è già allenata in Europa e potrebbe, quindi, non soddisfare i criteri per il divieto di ingresso.

In altre parole: la stessa misura sanitaria che Zampolli cita a sostegno della sua ipotesi è quella che, nella sua applicazione concreta, esclude il Congo dal divieto di ingresso. Il ritiro in Belgio, da questo punto di vista, non è un segnale di pericolo per la partecipazione congolese. È la soluzione che azzera il problema.