La fuga dei cervelli, la perdita di giovani, l’esodo verso Nord ma anche verso l’estero, restano il tema principale per economia e politica in Sicilia. BlogSicilia lo aveva raccontato nel fine settimana, partendo dal report di ORA Sicilia: una parte crescente dei giovani siciliani non crede più che l’Isola possa cambiare. Su 1.150 intervistati tra i 18 e i 40 anni, il 73% pensa spesso o sempre che “qui non cambierà nulla” e l’81% non si aspetta miglioramenti nei prossimi dieci anni. Un dato che non riguarda soltanto l’umore di una generazione, ma il rapporto ormai fragile tra giovani, territorio, lavoro e fiducia nel futuro. Un tema che è centrale nelle politiche del governo Schifani tanto che lo stesso governatore ha voluto lanciare il suo appello ai giovani sui social e spiegare le politiche in atto per invertir questa tendenza con una frase forte: “La Sicilia non è una terra condannata, stiamo lavorando per cambiarla”.
Il quadro più generale
Il tema, adesso, si allarga al quadro nazionale. Ne dà conto Il Sole 24 Ore del Lunedì, nell’edizione di oggi 22 giugno 2026, ricostruendo un fenomeno che ormai ha assunto dimensioni strutturali: l’esodo dei giovani dal Sud. Dal 2019 a oggi la popolazione tra i 18 e i 35 anni residente nelle regioni meridionali si è ridotta del 7,6%, mentre nel Nord Italia è cresciuta del 4,8%. In termini assoluti, il Sud ha perso oltre 313mila giovani residenti, passando da più di 4,1 milioni a circa 3,8 milioni. Nello stesso periodo il Nord ne ha guadagnati quasi 240mila, salendo da 4,95 a 5,19 milioni. Il dato non racconta soltanto uno squilibrio demografico. Racconta una frattura nazionale. Il Sud forma giovani, sostiene percorsi di istruzione, produce capitale umano, ma poi fatica a trattenerlo. Il Nord, al contrario, continua ad attrarre persone, competenze e professionalità, rafforzando ulteriormente il proprio vantaggio competitivo.
La fuga non è più solo bisogno, è selezione del talento
La mobilità interna non colpisce tutti allo stesso modo. A partire sono sempre più spesso i profili più qualificati. Secondo il rapporto Svimez “Un Paese, due emigrazioni”, richiamato dal Sole 24 Ore, dal 2002 al 2024 quasi un milione di under 35 ha trasferito la residenza dal Mezzogiorno al Centro-Nord. Oltre un terzo era laureato. Al netto dei rientri, il Sud ha perso più di 500mila giovani tra i 25 e i 34 anni, di cui circa 270mila laureati. È il cuore del problema: non va via soltanto forza lavoro, va via una parte rilevante della classe dirigente potenziale del Mezzogiorno. All’inizio degli anni Duemila i laureati rappresentavano meno del 20% dei giovani in partenza. Oggi sfiorano il 60%. La laurea, invece di diventare uno strumento per restare e contribuire allo sviluppo del territorio, diventa spesso il passaporto per andarsene. È una mobilità selettiva, che svuota il Sud proprio delle energie più adatte a innovare imprese, pubblica amministrazione, servizi, ricerca, cultura e terzo settore.
Sicilia dentro la geografia dell’esodo
La Sicilia è pienamente dentro questa geografia. Non è soltanto una regione da cui si parte per studiare o lavorare altrove. È uno dei territori nei quali il divario tra formazione, aspettative e opportunità disponibili diventa più evidente. La questione non riguarda soltanto i giovani laureati. Un altro dato, ricostruito dal Sole 24 Ore su base InfoCamere, mostra che quasi 200mila persone nate al Sud ricoprono ruoli di governance aziendale nelle imprese del Centro-Nord. Di queste, 123mila operano nelle imprese del Nord e 75mila in quelle del Centro. La Lombardia da sola attrae circa 67mila manager originari del Sud. La Campania è la principale regione di origine degli amministratori meridionali che lavorano nel Centro-Nord, con il 32%. Subito dopo c’è la Sicilia, con il 20%, davanti alla Puglia. Anche questo dato dice molto: una parte significativa della capacità manageriale nata nell’Isola trova fuori dalla Sicilia le condizioni per esprimersi, crescere e assumere ruoli di comando.
Il caso Palermo
Il tema della governance d’impresa apre un capitolo particolarmente delicato: il caso Palermo. Il Sole 24 Ore, riportando i dati di InfoCamere, descrive alcune città meridionali a forte densità imprenditoriale come “fortini monolitici”, caratterizzati da un alto tasso di governance endogena. Palermo rientra pienamente in questo quadro, con una quota molto elevata di amministratori nati e rimasti nel territorio. Il dato può essere letto in due modi. Da un lato segnala radicamento, continuità e conoscenza diretta del contesto economico locale. Dall’altro, però, può indicare anche una scarsa capacità di apertura verso competenze esterne, contaminazioni manageriali e nuove reti professionali. È qui che il ragionamento sull’esodo diventa ancora più ampio. Palermo e la Sicilia non perdono soltanto giovani che vanno a studiare o lavorare altrove. Rischiano di perdere anche una parte della propria classe dirigente economica, mentre attraggono pochi profili manageriali da fuori. Il risultato è un sistema che può diventare meno dinamico, meno permeabile all’innovazione e più debole nella competizione con gli hub del Centro-Nord. Non è un problema di identità locale, ma di capacità competitiva. Un’economia territoriale forte non è quella che si chiude dentro i propri confini, ma quella che sa trattenere i migliori, far tornare chi è partito e attrarre competenze nuove.
Salari, servizi e qualità della vita
L’esodo non si spiega solo con i salari, ma dai salari bisogna partire. Nell’analisi pubblicata dal Sole 24 Ore, Luca Bianchi, direttore generale della Svimez ed ex assessore regionale all’Economia in Sicilia, sottolinea che il Mezzogiorno mostra segnali di vitalità su export, investimenti e startup, ma resta aperto il nodo del differenziale retributivo. Il divario rispetto ai laureati europei supera i 400 euro, a cui si aggiunge un ulteriore differenziale tra Nord e Sud. Il punto, però, è più ampio. Non si decide di partire soltanto perché altrove si guadagna di più. Si parte anche perché altrove funzionano meglio i servizi. Un giovane valuta il lavoro, ma anche la possibilità di avere un asilo nido, una sanità efficiente, una scuola di qualità, trasporti affidabili, connessioni veloci, spazi culturali, opportunità professionali e reti sociali vive. Quando questi elementi mancano, restare diventa un costo. E partire diventa una scelta razionale, talvolta inevitabile. Il Sud non perde giovani perché i giovani non amino il Sud. Li perde perché spesso non riesce a offrire condizioni adeguate per trasformare un legame affettivo in un progetto di vita.
Il costo nascosto dell’emigrazione
La mobilità interna ha anche un costo economico enorme. Secondo l’analisi Svimez richiamata dal Sole 24 Ore, la migrazione dei giovani qualificati costa al Mezzogiorno circa 6,8 miliardi di euro l’anno in investimento pubblico in istruzione. Sono risorse impiegate per formare persone che poi generano valore altrove. Ma il problema non riguarda solo il Sud. Anche il Centro-Nord, pur essendo più attrattivo sul piano nazionale, subisce una crescente fuga di cervelli verso l’estero. Tra il 2002 e il 2024, circa 100mila under 35 laureati hanno lasciato il Centro-Nord per trasferirsi fuori dall’Italia. Le migrazioni estere pesano per oltre 3 miliardi l’anno sull’area più sviluppata del Paese. La questione, quindi, non può essere letta come una competizione tra territori italiani, con un Nord che vince e un Sud che perde. È un problema nazionale. Il Nord attrae dal Sud, ma poi perde verso l’estero. Il Sud perde verso il Nord e verso l’estero. L’Italia, nel suo complesso, fatica a trattenere e valorizzare il proprio capitale umano più qualificato.
Restare deve diventare una scelta possibile
Negli ultimi anni sono state messe in campo diverse politiche per il Mezzogiorno: decontribuzioni, incentivi, strumenti per le imprese, Zes unica, misure come Resto al Sud 2.0. Sono interventi importanti, ma spesso concentrati soprattutto sul costo del lavoro o sulla nascita di nuove attività economiche. Il tema posto da Svimez è diverso e più radicale: spostare il baricentro sulle politiche di restanza e attrattività. Non basta aiutare le imprese ad assumere se intorno non esiste un ecosistema capace di trattenere le persone. Non basta finanziare una startup se il giovane fondatore, dopo pochi anni, trova altrove capitali, servizi, competenze e mercati migliori. Tra le proposte indicate c’è l’idea di un Graduate Staying Premium europeo, una detassazione parziale dei redditi dei neolaureati assunti nei primi cinque anni. Uno strumento da inserire dentro una più ampia strategia europea del right to stay, il diritto a restare, collegata a servizi, infrastrutture e qualità della vita.
Il nodo politico dello sviluppo
Il vero tema è politico, prima ancora che economico. Per anni l’emigrazione giovanile è stata trattata come un fatto individuale: chi parte cerca fortuna, chi resta si adatta, chi torna viene raccontato come eccezione virtuosa. Ma i numeri dicono che non siamo davanti a scelte isolate. Siamo davanti a un processo collettivo, profondo e continuo. Il Sud non può limitarsi a chiedere ai giovani di restare per amore della propria terra. Deve costruire le condizioni perché restare sia competitivo: lavoro qualificato, salari adeguati, servizi efficienti, università connesse alle imprese, infrastrutture materiali e digitali, città vivibili.
Dall’esodo alla strategia
La sfida non è impedire ai giovani di partire. La mobilità è una ricchezza. Il problema nasce quando partire diventa l’unica strada credibile per crescere, lavorare, fare impresa o costruire una famiglia. Per la Sicilia, la vera domanda non è più quanti giovani partiranno nei prossimi anni. La domanda decisiva è quanti potranno scegliere di restare, quanti potranno tornare e quanti potranno arrivare da fuori trovando qui un luogo credibile in cui vivere, lavorare e investire.






Commenta con Facebook