Palazzo d’Orléans a luci accese, Forza Italia in fibrillazione e lo Statuto tirato fuori dal cassetto. Dopo il “prendo atto” di Renato Schifani alle parole di Nino Minardo, a Palermo la domanda è una sola: se il governatore lascia, cosa succede davvero? Dimissioni, sfiducia, voto anticipato: mettiamo in fila gli scenari.

Cosa dice lo statuto

Le regole sono nette e arrivano dalla riforma costituzionale del 2001. Se il presidente della Regione si dimette, si rivota per Ars e presidente insieme, entro tre mesi: simul stabunt, simul cadent. Stesso esito con una sfiducia, che deve essere firmata da almeno un quinto dei deputati e approvata dalla maggioranza assoluta. Nel frattempo governo e Ars restano in prorogatio, con la sola ordinaria amministrazione. Il precedente è Lombardo, che nel 2012 si dimise in Aula e chiuse di colpo la legislatura.

Il tira e molla

È lo scenario che al momento sembra più probabile. Nella sua dichiarazione Schifani non parla di dimissioni: dice che valuta le decisioni da assumere. Una formula che lascia tutti col fiato sospeso. Il partito vorrebbe che ritirasse la candidatura 2027 e completasse il percorso. Il dem Nello Dipasquale smonta la mossa in una riga: “Le dimissioni non si annunciano, si danno”. Per lui il governatore cerca di fare paura ai deputati della sua maggioranza.

La mossa del tempo

Poi c’è la variante furba: dimettersi, ma dopo la finanziaria. I tre mesi scattano dalle dimissioni, quindi lasciando a fine anno si voterebbe entro fine marzo 2027. A scegliere il calendario sarebbe lui, non il partito.

Lo strappo immediato

Dimissioni subito significa urne entro i primi di gennaio, in piena sessione di bilancio, con una finanziaria da fare entro fine anno per non lasciare la Regione senza bilancio. Un salto nel buio per tutti, a cominciare da chi oggi chiede il cambiamento e non ha alcun interesse a ottenerlo così.

Sala d’Ercole in apnea

Perché la paura, a Palazzo dei Normanni, è reale. Dimissioni vogliono dire fine anticipata della legislatura, con un anno di anticipo, e addio a tutto ciò che il seggio comporta. Vogliono dire una campagna elettorale da costruire da zero, con alleanze ancora da stringere. E vogliono dire soprattutto il dubbio che nessun deputato confessa ad alta voce: e se stavolta non ce la faccio? Meglio un governatore azzoppato che le urne al buio.

La sfiducia che non c’è

Sulla carta l’Ars potrebbe cacciarlo: servirebbero 36 voti su 70. Ma votare la sfiducia significherebbe firmare il proprio scioglimento, perché si rivota anche per l’Assemblea. Un harakiri che in pochi sono disposti a compiere.

Addio election day?

Ars e Parlamento sono stati eletti entrambi il 25 settembre 2022: la scadenza naturale coincide, e votare nello stesso giorno sarebbe l’approdo logico. Il 2022 insegna che l’accorpamento si può costruire a tavolino: Musumeci si dimise apposta, motivando anche con i 40 milioni di costi di due tornate separate. Con dimissioni immediate di Schifani, invece, si voterebbe entro gennaio, ben prima delle politiche: due campagne a pochi mesi di distanza. Sempre che le politiche restino alla scadenza naturale. Se venissero anticipate, rispunterebbe la carta dimissioni a tempo per far votare lo stesso giorno.

Il convitato di pietra

Resta Roma. Minardo ha detto che il cambiamento non è una sua idea ma una richiesta che arriva dal partito, e Schifani ha chiesto conto a Tajani in una telefonata che l’Ansa descrive ad alta tensione. Secondo la ricostruzione di BlogSicilia, a pesare sul segretario sarebbe stata l’inchiesta su Gaetano Armao, ex vicepresidente della Regione. Finché da Roma non arriva una parola chiara, ogni scenario resta aperto