Anche una telefonata su WhatsApp, oltre ai messaggi, può far scattare l’aggravante dello stalking commesso con strumenti informatici o telematici. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 38857/2026. I giudici hanno respinto il ricorso di un uomo condannato per atti persecutori contro una ragazza. Secondo la Corte, le chiamate via app possono essere perfino più invasive dei testi scritti. La decisione chiarisce come si applica la norma, ma non crea un nuovo reato. Per parlare di stalking servono sempre condotte ripetute e conseguenze gravi sulla vittima.

Stalking su WhatsApp, cosa ha deciso la Cassazione

Il caso parte dal Tribunale di Messina, che aveva condannato l’uomo nel dicembre 2025. La sentenza era stata confermata in appello nel giugno 2026. Secondo la ricostruzione dei giudici, riportata da Open, la ragazza aveva ricevuto messaggi e telefonate ripetuti, anche di notte. Dopo che lei aveva bloccato il suo numero, l’uomo aveva continuato a cercarla da utenze diverse. I giudici descrivono quei contatti come «innumerevoli e incessanti».

Le molestie non si erano fermate al telefono. L’uomo aveva cercato di avvicinarla più volte, anche sul posto di lavoro e per strada. La ragazza era stata costretta a cambiare numero e abitudini, e usciva di casa solo se accompagnata.

Chiamata WhatsApp e telefonata normale: perché per la legge sono diverse

La difesa contestava proprio l’aggravante. Secondo l’avvocato dell’imputato, i messaggi su WhatsApp si erano concentrati in una sola giornata. Le telefonate successive, invece, erano passate dalla rete telefonica tradizionale, anche se partivano dallo stesso smartphone.

La Cassazione ha respinto la tesi e ha colto l’occasione per un chiarimento. La legge non distingue tra comunicazioni scritte e vocali, ma guarda al mezzo usato. «Il ricorso alla voce, anziché alla scrittura, non modifica, pertanto, la natura telematica del mezzo impiegato, né sottrae la condotta all’ambito applicativo della previsione circostanziale», si legge nella sentenza.

In pratica una chiamata su WhatsApp non vale come una normale telefonata: la conversazione è la stessa, ma passa da Internet. Per decidere se c’è l’aggravante non conta il telefono usato, conta il canale con cui si raggiunge la vittima.

Perché le telefonate possono essere «ancor più moleste» dei messaggi

I giudici definiscono WhatsApp un sistema «estremamente pervasivo», perché nella stessa app ci sono più modi per raggiungere una persona. E le chiamate, scrivono, possono risultare «ancor più moleste» dei messaggi. Il motivo è che vengono «immediatamente percepite dalla vittima, ovunque si trovi e in qualunque tempo»: un testo si può leggere più tardi, uno squillo arriva subito.

Quando le molestie diventano stalking

Per la difesa, inoltre, quelle condotte non bastavano a provocare un perdurante e grave stato d’ansia. Al massimo, sosteneva, si trattava di molestie. La Cassazione ha respinto anche questo punto. Le conseguenze subite dalla giovane dimostravano un turbamento che ne aveva compromesso serenità ed equilibrio, non un semplice fastidio.

È la distinzione prevista dall’articolo 612-bis del codice penale. Il reato di atti persecutori richiede tre elementi:

  • condotte ripetute di minaccia o molestia;
  • un effetto preciso sulla vittima: un perdurante e grave stato di ansia o di paura, il timore per la propria incolumità o per quella di una persona cara, oppure la necessità di cambiare abitudini di vita;
  • un collegamento diretto tra le condotte e quell’effetto.

I numeri della norma sono questi: la pena base va da un anno a sei anni e sei mesi di reclusione, e aumenta se il fatto è commesso con strumenti informatici o telematici, come nel caso di WhatsApp. Di regola si procede su querela della persona offesa, che ha sei mesi di tempo per presentarla. Si procede d’ufficio, invece, se la vittima è minorenne o ha una disabilità, o se lo stalking è collegato a un altro reato perseguibile d’ufficio.

Cosa può fare chi riceve messaggi e chiamate insistenti

Chi si sente perseguitato può rivolgersi alle forze dell’ordine o chiamare il 1522, il numero di pubblica utilità promosso dal Dipartimento per le Pari Opportunità: è gratuito, attivo 24 ore su 24 e risponde con operatrici specializzate alle vittime di violenza e stalking. Nel 2025 le vittime che si sono rivolte al servizio sono state 25.970, in aumento rispetto all’anno precedente.

In caso di pericolo immediato, il riferimento resta il 112.