Sorrisi, abbracci e unità d’intenti. Chi, anche solo una volta, ha messo piede alla Festa de L’Unità avrà certamente assistito a queste scene. Un momento in cui si dimentica tutto: i contrasti e i dissidi.

Verosimilmente a Roma ci avranno ragionato su, perché la direzione del Pd ha scelto proprio Catania come sede nazionale della tradizionale ‘Festa de L’Unità’.

Quale migliore occasione per rasserenare gli animi e portare ‘unità’, è proprio il caso di dirlo, tra le fila del Pd catanese, lacerato dai dissidi, dalle incomprensioni e dalle correnti.

La Festa dell’unità, in quanto festa, è un momento in cui la ‘gioia di fare politica’ prevale su qualsiasi velleità personale. La festa in cui, tra un panino, una birra e un concerto di buona musica, il Pd mostra il lato migliore.

Anche per questo, quando gli esponenti nazionali, a cominciare dal premier Matteo Renzi, saliranno sul palco che, verosimilmente sarà allestito al Parco Gioeni, il Pd catanese si mostrerà unito come non mai, tra abbracci e sorrisi, più o meno finti.

Non è peccato o quantomeno sbagliato definirla ‘operazione di markentig’ o, se si vuole rimanere in tema, una sottile strategia politica, ricamata in modo certosino anche con l’ausilio del sindaco metropolitano di Catania, Enzo Bianco.

Il più ‘renziano’ dei sindaci metropolitani di Sicilia (Renato Accorinti primo cittadino di Messina è espressione concreta di un progetto civico, Leoluca Orlando è il protagonista di un movimento che potrebbe allargarsi anche in ambito nazionale con la compartecipazione di Luigi De Magistris, quindi lontanissimo dal premier) che propone Catania come simbolo di unità del Pd. Proprio la città in cui i ‘renziani’ vicini al primo profeta del verbo fiorentino in Sicilia, Davide Faraone, non sono poi così vicini al primo cittadino.

Lo scontro  fra il sindaco etneo e i faraoniani Luca Sammartino e Valeria Sudano è senza esclusione di colpi e all’ombra dell’Etna si incrociano convergenze variabili (cit. Anna Finocchiaro) che altrove sono quasi impossibili. Ecco quindi che l’ala minoritaria del Pd nazionale che a Catania fa capo al parlamentare Giuseppe Berretta marcia compatta proprio con i renziani ex Articolo 4 e quella che fa riferimento al gruppo storico della Cgil, leggi Concetta Raia e Angelo Villari, è invece sodale al primo cittadino, che non va dimenticato è presidente nazionale dell’area liberal, cioè la meno sinistrorsa del Pd. Insomma un cubo di Rubik di difficile risoluzione.

Ecco come Renzi, almeno sotto l’Etna, cancellerà in un sol colpo i dissidi interni al partito, le correnti che remano ognuna da una parte diversa, le questioni provinciali e il ‘pasticciaccio’ del consiglio comunale dove, paradosso dei paradossi, per un momento ci sono stati due capigruppo del Pd!

Impossibile quindi pensare che la scelta di Catania sia solo frutto del caso. Anche nelle altre città il Pd non è certo simbolo di unità, ma in Sicilia e in particolare alle pendici dell’Etna la situazione è davvero grave e la posta in palio è troppo importante per non provare almeno un tentativo.