Ad aggiudicazione avvenuta è ancora più evidente: cosa intendeva ottenere la Regione partecipando all’asta del Castello di Schisò a Giardini Naxos? Provocare come minimo un danno erariale, pagando a una cifra frutto di un gioco al rialzo l’edificio nella cui proprietà, invece, sarebbe potuta entrare in possesso esercitando il diritto di prelazione a una cifra ribassata del 25% rispetto a quella a base d’asta? Perché è questo secondo passaggio quello che avevamo previsto (leggi qui) e che effettivamente si è verificato: all’asta del 20 dicembre scorso il monumento è stato aggiudicato per la cifra di 1.600.000,00 euro dal gruppo Chincherini, che possiede hotel sul Lago di Garda, in Trentino e in Sicilia nella stessa Giardini Naxos.

Ed è esattamente questo il prezzo col quale la Regione adesso può acquisire il bene in via di prelazione, dopo che nei decenni passati aveva tentato di acquistarlo, stanziando anche somme ingenti (circa 12 miliardi delle vecchie lire), attraverso procedure di esproprio sempre bloccate, però, con forza dai proprietari. La situazione, invece, di recente era cambiata, in quanto a causa di problemi finanziari di questi ultimi il castello è stato oggetto della procedura immobiliare esecutiva di cui ci occupiamo.

La faccenda, ricordiamolo, è finita sotto i riflettori dei media perché era stato lo stesso assessore ai Beni culturali Vittorio Sgarbi che le aveva voluto attribuire il valore di primo atto concreto con cui avviava il suo assessorato. Salvo rivedere la strategia, in corsa, passando dalla dichiarazione della prima ora sull’intenzione di acquisto o, in seconda battuta, prelazione del monumento alla sola prelazione. Di mezzo la nostra intervista con cui avevamo fatto rilevare all’assessore l’inopportunità dell’operazione, trattandosi di un bene vincolato, per cui non si comprendeva la ragione di passare attraverso un’asta potendo esercitare la prelazione. Ecco, all’asta del 20 il rappresentante dell’amministrazione pubblica cosa sarebbe andato a fare se non a prendere parte a un gioco di rilanci che, invece, non si è innescato proprio perché c’è stato un solo partecipante che si è aggiudicato il castello con un’offerta inferiore del 25% alla base d’asta di 2 milioni e 152 mila?

A questo punto nulla dovrebbe impedire che la Regione entri in possesso del bene, dato che si è ampiamente entro i limiti della disponibilità economica indicata da Sgarbi, coincidente con quei 2 milioni e rotti di euro. La pratica che si istruirà rappresenta, peraltro, un caso senza precedenti, perché è vero che ora la palla passa al Soprintendente di Messina, che secondo quanto stabilito dalla legge, ricevuta la denuncia dell’atto soggetto a prelazione, ne deve dare «immediata comunicazione alla regione e agli altri enti pubblici territoriali nel cui ambito si trova il bene», ma è anche vero che il Parco archeologico di Naxos, a cui il bene andrà per ospitare museo archeologico, depositi e uffici, gioca un ruolo da protagonista, garantendo, grazie alla sua autonomia finanziaria, la necessaria copertura della spesa, e indicando le specifiche finalità di valorizzazione culturale del bene. Si tratta di una prima importante prova delle potenzialità dell’autonomia finanziaria che la legge regionale 20/2000 attribuisce ai parchi archeologici. Ne godono finora solo quello della Valle dei Templi e di Selinunte, oltre a Naxos, in attesa del sempre rinviato completamento dell’iter di istituzione degli altri, per lo meno di quelli di una certa consistenza per patrimonio ed estensione, per i quali risulti vantaggiosa un’autonomia gestionale.

Tornando al castello di Schisò, il Codice dei Beni Culturali (artt. 59 e segg.) prescrive che l’acquisto deve essere denunciato al Ministero (nel nostro caso alla Regione, per la competenza esclusiva in materia) da parte dell’acquirente entro trenta giorni, dopo di che la prelazione è esercitata entro sessanta giorni dalla data di ricezione delle denuncia.

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