Un ceppo senza vaccino né cura, un’epidemia che si allarga oltre i confini della Repubblica Democratica del Congo. L’Ebola torna a preoccupare e questa volta in una variante, il Bundibugyo, che sfugge ai test sviluppati per il ceppo più conosciuto. Ne abbiamo parlato con il professor Matteo Bassetti, direttore della Clinica Malattie Infettive del Policlinico San Martino di Genova e professore ordinario all’Università di Genova, infettivologo tra i più noti d’Italia, che non usa mezzi termini: siamo davanti a un’emergenza, il silenzio dei media italiani è un errore grave e il negazionismo degli ultimi anni ci ha lasciato più vulnerabili. Una conversazione che fa riflettere.
Professore, è cambiato qualcosa? Sstanno circolando notizie su due casi sospetti di Ebola nel Comasco.
«A me non risultano casi confermati (n.d.r.: test per ebola negativi), ma mi risulta che siano stati segnalati due casi sospetti nel Comasco e che sia stato attivato il protocollo sanitario. Questo cambia molto la situazione, perché io sono giorni che continuo a dire che bisogna fare molta attenzione. Purtroppo, viviamo in un Paese dove negli ultimi anni ha dominato il negazionismo: “il Covid non tornerà”, “il Covid è stato inventato”, “i vaccini hanno fatto male”. Oggi però ci rendiamo conto che il mondo appartiene ai microbi. E quello che sta succedendo in Africa deve preoccupare tutti».
Molti, infatti, sostengono che il Covid sia stato un esperimento economico. Lei cosa ne pensa?
«Io credo che il problema vero sia un altro: le malattie infettive non conoscono confini. I virus non si fermano davanti all’Europa, all’Africa o alle frontiere. Oggi viaggiano in aeroplano. Pensare di affrontare un problema del genere da soli è impossibile. E soprattutto è pericoloso negare il valore della scienza, della diagnostica, dei farmaci e dei vaccini».
Lei parla apertamente di emergenza?
«Sì, siamo davanti a una vera emergenza. Per il momento è principalmente africana, ma non possiamo permetterci di dire “è un problema loro”. Perché oggi è loro, domani potrebbe essere nostro. Serve maturità politica e cooperazione internazionale. Non dimentichiamo che l’Italia è stata uno dei pochi Paesi a non votare il piano pandemico dell’OMS: questo pesa moltissimo».
Questo virus, il Bundibugyo, è diverso rispetto alle forme di Ebola viste in passato?
«Sì. Fino ad oggi eravamo abituati soprattutto al ceppo Zaire, contro il quale erano stati sviluppati farmaci e vaccini. Il Bundibugyo invece è diverso e in parte è sfuggito ai controlli. I test sviluppati per Ebola Zaire non rilevano automaticamente questo ceppo. Inoltre, in Africa esisteva esperienza sullo Zaire, ma non su questo virus. E quindi ci si è trovati davanti a qualcosa di nuovo».
Esistono cure o vaccini?
«Al momento non esistono né cure specifiche né vaccini per questo ceppo. Però ci sono due aspetti che, paradossalmente, limitano la diffusione. Il primo è che il contagio avviene attraverso i liquidi corporei, soprattutto il sangue; quindi, non è una trasmissione aerea come il Covid. Il secondo è che è un virus altamente mortale e spesso si esaurisce con l’ospite. La letalità può arrivare al 50%».
Quindi, il rischio di pandemia globale è minore?
«È diverso rispetto al Covid, ma non bisogna abbassare la guardia. Ci sono stati ritardi enormi nella dichiarazione dell’epidemia. Alcuni sostengono che il virus circolava già da settimane, forse mesi, nella Repubblica Democratica del Congo. Oggi, infatti, non riguarda più solo il Congo ma anche altri Paesi limitrofi, come l’Uganda. E parliamo di un’area di guerra, al confine con Uganda, Sudan e Ruanda. Tutto questo rende la situazione più complessa».
La nazionale del Congo giocherà i Mondiali di calcio. È giusto?
« Se davvero è stato applicato il protocollo, con 21 giorni di isolamento e quarantena in Belgio, e se nessuno sviluppa sintomi, allora sì. Bisogna fidarsi della cooperazione internazionale. Questi Paesi convivono con epidemie da anni e spesso sono più preparati di noi».
Lei parla spesso di negazionismo. Crede che il Covid abbia lasciato una ferita aperta?
«Assolutamente sì. Una parte della politica ha costruito consenso attaccando la scienza, i vaccini e gli esperti. Oggi, però, si vede il risultato. Le malattie infettive fanno paura e in questi casi devono essere gli scienziati a indicare la strada. La politica deve avere l’intelligenza di ascoltare».
Cosa possiamo fare concretamente?
«Dobbiamo seguire le indicazioni degli organismi internazionali, a partire dall’OMS. Serve cooperazione globale e bisogna controllare i viaggiatori provenienti dalle aree a rischio. Oggi il problema sono le triangolazioni attraverso gli hub internazionali. Chi arriva da quelle zone deve essere monitorato per almeno 21 giorni».
Perché in Italia se ne parla così poco?
«Secondo me molti media hanno paura delle reazioni del mondo no-vax e anti-scienza. Però il silenzio è un errore gravissimo. Se guardiamo CNN, BBC, Al Jazeera o India Today, tutti stanno parlando di questa epidemia. In Italia invece quasi nessuno ne parla. E questo è assurdo».
Lei pensa che l’informazione italiana abbia delle responsabilità?
«Sì, negli ultimi anni si è creata una narrazione tossica sulla gestione del Covid. Oggi diventa difficile cambiare improvvisamente tono. Eppure durante il Covid tantissimi medici hanno lavorato in buona fede, spesso gratis, facendo straordinari massacranti. Io stesso ho avuto la scorta per due anni perché invitavo le persone a vaccinarsi. Questo clima ha lasciato segni profondi».
Oggi però la sensazione è che la guardia sia troppo bassa.
«È così. E la storia insegna che le malattie infettive possono cambiare tutto nel giro di pochi giorni, anche politicamente. Il Covid ha dimostrato quanto rapidamente possa cambiare l’opinione pubblica. Non bisogna terrorizzare nessuno, ma nemmeno fare finta che il problema non esista».
Quindi il rischio è reale?
«Il rischio va preso sul serio. Non con isteria, ma con responsabilità. Informare correttamente le persone è fondamentale. Perché ignorare il problema non lo farà sparire».






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