La Procura di Pavia non si limita a sostenere che Andrea Sempio ha ucciso Chiara Poggi. Sostiene anche, in modo esplicito, che Alberto Stasi non l’ha uccisa. E lo fa smontando uno degli elementi più solidi su cui si reggeva la sentenza di condanna definitiva: il presunto lavaggio accurato del dispenser di sapone e del lavandino al piano terra della villetta di via Pascoli.

In una memoria trasmessa nei giorni scorsi alla Procuratrice generale di Milano Francesca Nanni per caldeggiare l’istanza di revisione della condanna, il procuratore aggiunto Stefano Civardi con le pm Valentina De Stefano e Giuliana Rizza contestano la pagina 114 della sentenza della Corte d’appello bis di Milano che ha condannato Stasi a 16 anni.

Cosa diceva la sentenza e cosa risponde la Procura

La sentenza d’appello bis affermava che “le manovre di lavaggio sono evidentemente state poste in essere con notevole accuratezza, tanto che, come si è visto, non venivano rilevate tracce di sangue né sulla leva del miscelatore né sul dispenser (che peraltro si possono azionare senza utilizzare le mani) né nel sifone del lavandino”.

Per i giudici di dodici anni fa, l’assassino si era lavato in quel bagno al piano terra perché sul tappetino sotto al lavabo era impressa l’impronta della scarpa a pallini insanguinata, e sul dispenser erano state trovate due impronte digitali di Stasi, le uniche leggibili tra i frammenti presenti, che nemmeno le persone che vivevano nella villetta erano riuscite a lasciare in forma identificabile.

La Procura di Pavia ribalta questa lettura su due fronti.

  • Il primo riguarda le impronte: quelle dell’anulare e del mignolo di Stasi sul dispenser sarebbero “ravvicinate” e “facilmente” compatibili con la normale presa dell’oggetto, non con un gesto effettuato dopo aver commesso un omicidio.
  • Il secondo è quello dei capelli: “gli ampi risciacqui del lavandino sono incompatibili con i quattro capelli scuri che fanno bella mostra di sé” in una fotografia scattata sulla scena del crimine. Quattro capelli scuri, mai periziati, visibili nel lavello. La loro presenza è “francamente incompatibile” con la pulizia accurata che la sentenza attribuiva all’assassino.

I capelli mai periziati e il sifone senza emoglobina

Due elementi materiali che la Procura di Pavia porta come argomento centrale: quei quattro capelli scuri, mai sottoposti a perizia nei processi precedenti, e l’assenza della “minima traccia di emoglobina” nel “sifone dello scarico”. Se il sangue fosse stato lavato via nel lavandino con la cura che i giudici descrivevano, qualche traccia dovrebbe essersi depositata nel sifone. Non c’è.

L’argomento non è una suggestione difensiva ma l’analisi della stessa Procura di Pavia che ha indagato il caso bis: è quella che chiede alla Procuratrice generale Nanni di sostenere la revisione davanti alla Corte d’Appello.

Sul fronte delle impronte, infine, va ricordato che i consulenti della Procura avevano trovato nel 2025 una terza impronta di Stasi sul dispenser, quella del mignolo della mano destra, mai rilevata nel 2007. La memoria sostiene che anche questa, insieme alle due già note dell’anulare, sia compatibile con una presa normale dell’oggetto, non con un utilizzo successivo a un omicidio.