Alle 00:20 del 17 aprile 2026, ora italiana, Donald Trump ha pubblicato su Truth Social un messaggio in inglese — “Italy wasn’t there for us, we won’t be there for them!” — accompagnato da un articolo del Guardian datato 31 marzo. Il titolo dell’articolo non lascia spazio a interpretazioni: “L’Italia ha negato l’uso di una base in Sicilia agli aerei americani che trasportano armi per la guerra in Iran”. La base è Sigonella, nel Catanese. Quella striscia di pista siciliana, da settant’anni incuneata tra gli agrumeti dell’entroterra etneo e le rotte militari del Mediterraneo, è tornata a essere il punto di attrito tra Roma e Washington.

Non è un attacco isolato. Nella stessa giornata – e in quelle immediatamente precedenti – il presidente americano aveva già definito la premier Giorgia Meloni “negativa” in un’intervista a Fox News, dichiarando che con chi ha rifiutato sostegno nella gestione dell’Iran “non abbiamo più lo stesso rapporto”. Aveva aggiunto, con precisione quasi commerciale, che l’Italia riceve grandi quantità di petrolio dallo Stretto di Hormuz. Un promemoria che suona come una minaccia economica implicita.

Cosa è successo a Sigonella la sera del 28 marzo

Per capire l’innesco del post di Trump bisogna tornare a qualche sera prima del 31 marzo. Il Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano, era stato informato dallo Stato maggiore dell’Aeronautica che il piano di volo di alcuni aerei USA prevedeva di atterrare a Sigonella per poi partire verso il Medio Oriente. Nessuno aveva però chiesto alcuna autorizzazione né consultato i vertici militari italiani: il piano era stato comunicato mentre gli aerei erano già in volo.

In un arco di due ore, Crosetto aveva avvisato Meloni della richiesta americana e la premier aveva concordato la risposta: i caccia non potevano entrare a Sigonella. In un secondo momento era stato informato anche il Quirinale e Sergio Mattarella in qualità di capo supremo delle Forze armate. Gli aerei da guerra statunitensi erano stati costretti a rivedere i piani di volo e atterrare altrove.

La questione giuridica è precisa. L’utilizzo delle basi da parte degli Stati Uniti è regolato da un accordo del 1951: le basi sono sotto sovranità italiana, ma gli USA esercitano un ampio controllo operativo. L’autorizzazione del governo italiano è necessaria per operazioni ritenute “non ordinarie”. L’atterraggio di bombardieri diretti in zona di conflitto rientra senza dubbio in questa seconda categoria. La richiesta USA riguardava alcuni bombardieri il cui transito non è previsto dai trattati e per quel tipo di autorizzazione sarebbe stato necessario il passaggio parlamentare, con tempistiche diverse da quelle di un’operazione in corso.

Palazzo Chigi aveva precisato fin da subito che nessuna frizione era in atto con Washington, ribadendo che l’Italia agisce “nel pieno rispetto degli accordi internazionali vigenti”. Una formula che non ha convinto Trump.

La macchina della rappresaglia social: da Fox News a Truth

Il caso Sigonella non ha prodotto una risposta diplomatica formale da parte americana. Ha prodotto qualcosa di diverso: una campagna mediatica orchestrata attraverso i social e i media alleati della Casa Bianca.

Trump aveva già concesso un’intervista a Fox News in cui dichiarava che Meloni “è stata negativa” e che “con chiunque ci abbia rifiutato l’aiuto in questa situazione iraniana, non abbiamo lo stesso rapporto”. Aveva aggiunto: “Giusto per essere chiari: l’Italia prende un sacco di petrolio dallo Stretto di Hormuz”.

Il post su Truth del 17 aprile è il terzo colpo in tre giorni. La scelta di allegare l’articolo del Guardian non è casuale: anzitutto lo trasforma in documento accusatorio. Non è Trump che dice che l’Italia ha rifiutato; è un giornale britannico indipendente a confermarlo. Una mossa che – dal punto di vista della comunicazione politica americana – serve a blindare la narrativa da possibili smentite istituzionali.

Le critiche all’Italia si aggiungono a quelle mosse nelle settimane precedenti al Regno Unito e al premier Keir Starmer, ritenuto colpevole di non aver risposto positivamente alle richieste di cooperazione avanzate da Trump. Nel mirino della Casa Bianca c’è, in generale, la NATO: “Perché spendiamo centinaia di miliardi di dollari per la NATO, se poi non stanno dalla nostra parte? Se non sono con noi sull’Iran, non lo saranno neanche su temi molto più grandi”.

La Casa Bianca, però, dimentica che l’unica volta in cui è stato applicato l’articolo della NATO risale al post 11 settembre 2001, proprio su richiesta di Washington.

La risposta (indiretta) di Meloni

Giorgia Meloni non ha risposto direttamente al post di Trump. Ma nel pomeriggio del 15 aprile, ricevendo a Palazzo Chigi il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, aveva rimarcato l’importanza della “solidità dell’alleanza euroatlantica, perché un Occidente diviso, un’Europa spaccata sarebbero l’unico vero regalo che potremmo fare a Mosca”. Una formula che lei stessa aveva usato per mesi per invitare gli alleati europei a non litigare con Washington e che ora, rovesciata di prospettiva, diventa un messaggio implicito nella direzione opposta.

L’Italia “è pronta a fare la sua parte”, aveva dichiarato la premier, e per garantire la “fondamentale libertà di navigazione” sullo Stretto di Hormuz aveva offerto la propria disponibilità, “quando ovviamente lo consentiranno le condizioni di sicurezza”. Un’apertura parziale, ma non una capitolazione.

Fonti informate raccontano che Meloni si è raccomandata con staff e ministri: nessuna indiscrezione deve più filtrare sui suoi rapporti con Trump. Il silenzio è diventato la risposta.

Non è la prima volta. Il nome Sigonella evoca un precedente illustre, datato 1985: lo scontro tra il governo Craxi e l’amministrazione Reagan per la crisi dell’Achille Lauro, quando l’Italia si oppose fisicamente agli americani che volevano prelevare i sequestratori palestinesi. Quarant’anni dopo, la geometria è diversa ma la sostanza – un governo italiano che antepone il quadro giuridico alle pressioni operative di Washington – è la stessa.

Sigonella non è solo una base. È il simbolo dell’ambiguità strategica italiana nel Mediterraneo: abbastanza vicina all’America da ospitarne i droni e i caccia, abbastanza autonoma da poter dire no quando i costi politici diventano insostenibili. Questa ambiguità, che ha protetto l’Italia per decenni, è ora sotto pressione da un’amministrazione che non tollera le sfumature.

Dall’inizio della guerra in Iran il traffico militare americano nel Mediterraneo si è intensificato. La base continua a operare per attività logistiche, di sorveglianza e rifornimento: tutto ciò che rientra nei trattati. Quello che è stato bloccato è il salto di qualità: usare Sigonella come punto di proiezione offensiva senza accordo preventivo.

Per la Sicilia, la questione non è astratta. La base impiega circa 4.000 persone tra personale americano e civili italiani, genera un indotto significativo per l’area catanese e inserisce la regione in una rete logistica militare che tocca direttamente le crisi del Mediterraneo allargato. Ogni scossone nell’asse Roma-Washington produce effetti che, da Catania, si sentono prima che altrove.