Riceviamo e pubblichiamo questa riflessione sull’Autonomia Siciliana dell’On Saverio Romano, Presidente della Commissione Parlamentare per la Semplificazione e Coordinatore politico di Noi Moderati:
C’è un episodio che mi è rimasto impresso nella memoria e che racconto spesso quando si parla di autonomia siciliana. Qualche anno fa incontrai Artur Mas, ex presidente della Catalogna e leader di CDC, il politico che aveva guidato il suo popolo fino al referendum consultivo del 2014 pagandone le conseguenze con una condanna giudiziaria. A un certo punto della conversazione mi disse, con una spontaneità che mi colpì: “Magari avessimo lo Statuto della Regione siciliana”. Rimasi stupito. Detto da chi aveva combattuto una battaglia durissima per strappare alla Spagna centralista anche solo una parvenza di autonomia, quelle parole suonavano come un paradosso straziante. Perché noi, quel tesoro, ce l’abbiamo da ottant’anni. E in larga misura lo abbiamo sprecato.
Il percorso dello Statuto Autonomistico
Lo Statuto fu approvato il 15 maggio del 1946, promulgato dal re Umberto II come ultimo atto costituente della monarchia, quasi un congedo. Rimase nella storia come il più avanzato tra gli statuti regionali italiani: prevedeva un’Alta Corte, una Cassazione siciliana, sezioni isolane della Corte dei conti e del Consiglio di Stato. Era, in sostanza, un progetto di grande ambizione autonomistica. Eppure quasi nulla di quel progetto è stato realizzato.
Il giudice della Corte Costituzionale Giovanni Pitruzzella individua con precisione il nodo gordiano. Lo Statuto aveva avviato un processo di trasformazione istituzionale che avrebbe dovuto proseguire con la revisione dei regolamenti dell’ARS, la modernizzazione degli apparati di governo, la riforma della pubblica amministrazione e soprattutto con il cambiamento della cultura politica. Un cambiamento orientato al programma e al risultato, capace di abbandonare le misure particolaristiche per fini di cattura del consenso. Questo processo non è mai avvenuto davvero. Il sistema ha prodotto una certa stabilità politica, ma al prezzo di una ridotta capacità di innovare.
L’eterno tema fiscale
Tra le disposizioni più concrete e potenzialmente trasformative dello Statuto vi è quella fiscale: le imprese che operano in Sicilia, anche con residenza fiscale altrove, sono tenute a versare le imposte nell’Isola. Una norma che, applicata con rigore, avrebbe garantito risorse enormi alla Regione. Le mie battaglie parlamentari sono iniziate proprio per il riconoscimento pieno di questa disposizione, affinché la Sicilia incassasse davvero quasi tutte le imposte pagate dai siciliani. È una norma che esiste, è scritta, eppure la sua attuazione è stata sistematicamente elusa, aggirata, dimenticata. Come gran parte dello Statuto, del resto. E questo non per colpa di Roma, ma per l’incapacità della classe dirigente siciliana di farsene portatrice convinta e coerente.
Per capire cosa avrebbe potuto essere, basta guardare a Nord. Le Province autonome di Trento e Bolzano hanno trasformato radicalmente il proprio territorio: reddito pro capite tra i più alti d’Italia, servizi pubblici di qualità europea, un sistema sanitario e scolastico di eccellenza. Non è una questione di risorse naturali o di fortunata collocazione geografica. È una questione di cultura politica autonomista, coerente, portata avanti con continuità dentro le istituzioni e dentro i partiti. Ecco il punto cruciale: dentro i partiti, non contro di essi.
La responsabilità politica
Ed è qui che va cercata la vera responsabilità. È tentante, e politicamente comodo, scaricare le colpe sui partiti nazionali o sul centralismo romano. Ma sarebbe un’analisi sbagliata, oltre che autoassolutoria. Il problema della Sicilia non è stato il peso di Roma: è stata la mancanza, all’interno degli stessi partiti che governavano l’Isola, di una cultura autonomista autentica e strutturata. Il modello era lì, visibile e studiato: il rapporto tra CDU e CSU nella Germania federale. Un partito nazionale e il suo omologo bavarese che condividono valori e coalizioni ma mantengono identità distinta, capacità di elaborazione autonoma, interlocuzione da pari a pari con il centro. Dentro la DC siciliana questo modello fu discusso, ammirato, invocato più volte come riferimento. Non fu mai realizzato. Ogni volta che il conflitto interno si faceva acuto, la mediazione veniva affidata a Roma. E quando Roma media, Roma comanda. Non per prepotenza, ma per inerzia: chi cede la sintesi, cede il potere.
Le due derive della politica siciliana
Così la classe dirigente siciliana ha oscillato tra due derive ugualmente sterili: la subalternità ai partiti nazionali da un lato, e le fughe localistiche dall’altro. Il Milazzismo, spesso evocato con nostalgia come rottura coraggiosa, va riletto con occhi più critici. Fu un’operazione che infranse le geometrie nazionali, certo, ma non produsse un progetto autonomista organico. Per certi versi è sovrapponibile ai recenti rigurgiti localistici: mosse tattiche che si nutrono del disagio identitario senza trasformarlo in visione strategica. Il localismo non è autonomismo. Ne è la caricatura.
L’Ars diventata solo teatro di “mnarcamento del territorio”
Guardando all’Assemblea Regionale Siciliana di oggi, sorge spontanea una domanda: quanti deputati si interrogano sullo Statuto, sul suo potenziale inespresso, sulla sua funzione in un Mediterraneo che torna a essere il centro del mondo? La sensazione, troppo spesso, è che l’ARS sia diventata un teatro di marcamento del territorio, dove la preoccupazione principale non è la legge che si promulga ma il consenso che si raccoglie, non la norma che si scrive ma la prossima elezione che si deve vincere. Come osserva Pitruzzella, l’autonomia speciale dovrebbe consentire una competizione virtuosa per trovare le migliori soluzioni per il bene comune. Ma non basta lo Statuto: occorrono modifiche istituzionali e una cultura politica, di dirigenti e cittadini, che metta in primo piano gli interessi generali nel presupposto che il loro perseguimento giovi poi a ciascuna persona.
Questa cultura manca. E non la si costruisce con operazioni di rottura estemporanee, né con la rincorsa al consenso di corto respiro. La si costruisce dentro i partiti, con pazienza e con elaborazione programmatica, con la disponibilità a perdere qualche battaglia tattica per vincere la guerra strategica dell’autogoverno.
Pitruzzella ha ragione quando indica nella riforma del 2001, con l’elezione diretta del presidente della Regione, la più importante innovazione istituzionale dell’Isola nel dopoguerra. Uno spostamento del baricentro dal palazzo al corpo elettorale, che ha introdotto la logica maggioritaria e la distinzione tra chi governa e chi controlla. È stato un passo nella giusta direzione, ma è rimasto un passo isolato, non seguito dalla modernizzazione degli apparati che avrebbe dovuto accompagnarlo.
Non serve uno Statuto nuovo ma un nuovo uso dello Statuto
Il percorso da fare è chiaro: non uno Statuto nuovo, ma un uso nuovo dello Statuto. Un autonomismo maturo, che nasca dentro i partiti e non in contrapposizione ad essi, che parli il linguaggio europeo delle regole e del tempo, senza proroghe infinite e senza condoni strutturali, e che sappia agganciare la specificità siciliana alle grandi sfide del Mediterraneo.
Tocca a noi meritarci questo Statuto
Ottant’anni dopo, la Sicilia occupa una posizione geopolitica straordinaria. Il Mediterraneo è tornato al centro della storia come crocevia di energie, commerci, migrazioni e tensioni. La specialità dell’Isola potrebbe essere una risorsa per l’intera Europa. Ma perché lo diventi occorre, come dice Pitruzzella, che l’autonomia sia usata nell’interesse delle nuove generazioni, il più importante capitale che una società possiede. E che la Sicilia, con le sue potenzialità, non si chiuda su se stessa ma si integri pienamente in Europa.
Artur Mas ci guardava con ammirazione. Spetta a noi, non a Roma e non ai partiti nazionali, ma a noi, decidere se continuare a meritarla.
Saverio Romano – Coordinatore politico di Noi Moderati






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