Sul tema della mafia si assiste a una sorta di bombardamento mediatico. Se un tempo la parola “mafia” andava pronunciata, se pronunciata, con molta cautela, oggi invece inflaziona. E quel che nuoce è che il fenomeno mafioso – cancro della Sicilia e non solo di essa – spesso viene rappresentato in modo fuorviante, facendosi prevalere aspetti esteriori e non di rado folkloristici che rendono più difficile la sua comprensione.

Anche nell’editoria occorre stare attenti e distinguere quei libri che aiutano a conoscere la mafia nelle sue tante e a volte subdole sfaccettature da quelli che, per vari motivi (strumentalizzazione, spettacolarizzazione, visione semplicistica o distorta di Cosa Nostra e company), concorrono ad annebbiare le idee.

Per fortuna Amelia Crisantino – esperta di storia siciliana autrice di diversi saggi e collaboratrice di punta delle pagine culturali dell’edizione palermitana di Repubblica – ci viene in soccorso con il suo “Capire la mafia –Dal feudo alla finanza” edito da Di Girolamo.

Un saggio, il suo, che si propone di raccontarci la mafia, dalla nascita alle sue evoluzioni nel tempo, e di renderci edotti sulla sua sostanza e portata. Come si evince dal titolo, assai eloquente: “Capire la mafia”.

Precisato nella premessa del libro, “Capire la mafia” era stato già edito nell’ormai lontano 1994 con ampia diffusione soprattutto nelle scuole. L’autrice, però, a 25 anni di distanza, ha avvertito l’esigenza non tanto di promuoverne una nuova edizione, quanto piuttosto di aggiornarlo alla luce di quanto è accaduto in questo lungo arco di tempo.

La Crisantino analizza, innanzitutto, la genesi della mafia: quando inizia a manifestarsi e perché. Leggendo le pagine del saggio, ci accorgiamo quanto più acuto rispetto ad altri è l’occhio dello storico. La Crisantino ci spiega come in Sicilia il feudalesimo abbia avuto una durata spropositata e come l’economia siciliana abbia assunto, in diversi periodi, un ruolo marginale, ancillare al sistema al quale è stata asservita.

Sulle origini della mafia poi, secondo la Crisantino, ha inciso l’unità d’Italia realizzata in modo frammentaria senza tenere conto di talune esigenze primarie dell’isola e degli isolani. L’essere per lungo tempo relegata a mera produttrice di materie prime (il grano, innanzitutto), l’esistenza del latifondo, i rapporti di tipo feudale nelle campagne hanno fatto sì che la Sicilia alimentasse violenza e prevaricazione nelle relazioni a fronte di uno Stato debole e quasi assente.

In un contesto del genere si è affermato in Sicilia un “capitalismo di mediazione”, un capitalismo cioè che amministra risorse modeste fondato sull’”amicizia” intesa come protezione e sulle furberie, ben diverso dal “capitalismo mercantile” proprio degli Stati efficienti. Il sistema mafioso, osserva la Crisantino, è un fattore di freno dello sviluppo ( “permette la modernizzazione ma nega lo sviluppo”) ed è causa più che effetto dell’arretratezza della Sicilia.

Il libro della Crisantino è senz’altro utilissimo per le scuole e ci si auspica venga adottato da diversi istituti. Lo è perché l’intento che lo genera è di fare chiarezza – chiarezza storica, innanzitutto – sul fenomeno della mafia, e per lo stile scorrevole con cui è scritto. In linea con le sue finalità didattiche, nel saggio anche le parole “mafia” e “cosca” sono vivisezionate e illustrate nel loro aspetto etimologico.

Per quanto importante possa essere lo scopo didattico quando si parla e si scrive di mafia (non ci si stancherà mai di ripetere la frase di Bufalino “per sconfiggere la mafia occorre un esercito di maestri di scuola elementare”), “Capire la mafia” non è solo un libro per studenti. Ci rappresenta la mafia nei suoi profili identitari demolendo tutti gli stereotipi che su di essa proliferano.

Mette in rilievo, nel descriverne le varie tappe (la mafia agricola, quella degli appalti, quella del traffico degli stupefacenti, quella della finanza), come essa rimanga sempre la stessa nel suo connaturato “metodo di prevaricazione” e la “complicità” di uno Stato che reagisce solo in situazioni emergenziali. In ciò il saggio della Crisantino si rivela uno strumento utile per chiunque cerchi un approccio non superficiale ai fenomeni sociali – qual è quello della mafia – che miri a decifrarne aspetti reconditi e complessità, siano essi lettori curiosi ed esigenti siano essi studiosi.

La Crisantino si preoccupa, infine, di suggerire al lettore come contribuire a contrastare la mafia. E gli indica la via dell’impegno civile, della cittadinanza attiva, dell’essere partecipi, e non solo destinatari passivi, delle scelte pubbliche.