Piccola rassegna stampa della settimana appena conclusa. Alcune perle.
Silvio Berlusconi, venerdì 20 dicembre, su Il Tempo: “In occasione del viaggio di Vladimir Putin a Roma ebbi la possibilità di incontrarlo e gli posi questa domanda: credi ci possa essere stato un versamento alla Lega da parte di aziende russe? Lui mi disse che non ne sapeva nulla ma si sarebbe informato. Mi chiamò il giorno dopo e mi disse: no, guarda, mi risulta che da parte di nessuna azienda ci sia stato un versamento”. Adesso siamo tutti più tranquilli: fine della questione rubligate. Meno male che Silvio c’è.

Gianluigi Paragone, venerdì 20 dicembre, su La Repubblica. Parlando del capo politico, Luigi Di Maio, lo secca con una formula che fa titolo: “Di Maio non ha più il peso politico di un anno fa. Il ragazzo è deperito, questo è evidente”. E fin qui, opinione anche condivisibile ma comunque espressa per chiarire i motivi della sua personale diaspora all’interno dei 5Stelle. Ma l’intervista merita anche per l’analisi che segue: “Se cambi il Dna del Movimento devi convincere gli attivisti, non i parlamentari che ti bastano 10 minuti, è una cosa di Palazzo. Ti devi caricare il Movimento sulle spalle, girare l’Italia, andare nelle piazze e dire: siamo cresciuti, non siamo più quelli di una volta. Noi eravamo il simbolo del cambiamento e non lo fai da un giorno all’altro. Sappiamo di non avere una classe dirigente all’altezza ma allora mi chiedo: perché dobbiamo consegnare al solo Salvini la critica all’austerity contenuta nel manifesto dei 32 professori universitari?”. La domanda è mal posta caro Gianluigi. La domanda giusta è: “Se sappiamo di non avere una classe dirigente all’altezza mi chiedo: perché continuare a far galleggiare un movimento-partito assolutamente inutile?”. Purtroppo Paragone, Di Maio, Di Battista, Toninelli, Grillo, Ruocco, Taverna e tutti, ma proprio tutti gli altri, ci sono.

Mercoledì 18 dicembre, Il Corriere della Sera: la vicenda è quella della candidatura di Elio Lannutti, presidente onorario dell’Adusbef, l’associazione difesa utenti servizi bancari e finanziari che ha fondato e su cui ha fondato la sua fortuna, ora senatore del Movimento 5 Stelle, per giorni papabile alla guida della commissione bicamerale sulle banche. Candidatura indigesta al Pd per tanti motivi. Uno, non esattamente indifferente è l’esaltazione che Lannutti fece pubblicamente dei Protocolli Savi anziani di Sion, un testo antisemita falso diffuso dalla polizia segreta zarista all’inizio del ’900, citati pure da Hitler nel Mein Kampf. Per restare a cose “popolarmente” più sentite, non che questa sia da poco, c’è anche la congiunzione astrale negativa della vicenda Banca Popolare di Bari, appena commissariata dal governo Conte. Proprio mentre Lannutti si dichiarava indisponibile a fare un passo indietro, che spunta fuori? Che il figlio di Lannutti, Alessio di 33 anni, lavora a Roma presso la Banca popolare di Bari. Non ci sarà un conflitto d’interessi? “La domanda, rivolta a Lannutti dai cronisti che assediano l’hotel Forum – si legge sul Corriere della Sera – dove il senatore ha incontrato Beppe Grillo, accompagnato da Antonio Di Pietro, ora suo legale, scatena l’ira di Lannutti: «Cosa significa che mio figlio lavora in banca? Dov’è il conflitto di interesse? Andate a vedere il conflitto di interesse di coloro che hanno fatto i crac e non di uno che lavora onestamente. Vergognatevi»”. Postilla del 19 dicembre: “La mia decisione di fare un passo indietro rispetto alla candidatura a presidente della commissione banche non dipende in alcuna misura dalla posizione lavorativa di mio figlio e, men che mai, da un inesistente conflitto di interesse. L’unica ed esclusiva ragione che mi ha spinto a compiere questo passo è stata quella di non fornire più alcun alibi: la commissione deve assolutamente partire, il prima possibile”. Lo ha scritto su Facebook il senatore del Movimento 5 Stelle Elio Lannutti. Onestà, onestà, onestà.

Domenica 15 dicembre, il capo della sezione politica de Il Messaggero, Barbara Jerkov intervista Mara Carfagna a proposito della sua associazione “Voce libera” praticamente alla vigilia della presentazione. Mara è riuscita ad assoldare fra i suoi anche Carlo Cottarelli, Mr Spending review, ma ha perso Antonio Martino, ex ministro degli Esteri del governo Berlusconi trait union con gli apparati di potere, quelli veri, americani. Mara, dicevamo, intervistata dalla Jerkov, risponde così ad alcune domande: “La nostra associazione non è né un partito né una corrente di FI. E noi non saremo i nuovi responsabili che sosterranno il Conte bis”… Altra domanda, sui mal di pancia interni a Forza Italia. Questa la risposta “…sicuramente FI attraversa un momento di difficoltà, il mondo di FI è preoccupato da tempo non solo per il declino elettorale ma anche per la sensazione che FI si sia un po’ rassegnata ad essere il terzo partito della coalizione. Chi non si rassegna all’attuale 6% prova a lottare, per difendere la voce dei liberali italiani che negli ultimi mesi è diventata troppo flebile e rischia di lasciare spazio a una deriva sovranista ed estremista”. Che Mara abbia centrato il tema? E che per questo abbia irritato il cavaliere che la scomunica definitivamente con un perentorio “E’ divisiva”. C’è Maretta in Forza Italia.

Ultima perla per par condicio. Non è presa dai giornali ma direttamente dallo stenografico del discorso di Matteo Renzi al Senato nelle dichiarazioni di voto alla manovra di bilancio di lunedì 16 dicembre. Così parla il senatore: “Signor Presidente, signor Ministro della sanità, onorevoli colleghi, Italia Viva voterà la fiducia ed esprime soddisfazione per il fatto che l’IVA non aumenterà, rischio molto forte nel mese di agosto ed evitato dal lavoro di tutte e di tutti. Una premessa, però, occorre a questa discussione. Parliamo spesso di onestà, onesta, onestà. Ebbene, c’è una onestà intellettuale che dobbiamo a quest’Aula. Questa maggioranza, nel rivendicare con forza il positivo risultato raggiunto, deve anche scusarsi con le opposizioni, perché, per il secondo anno consecutivo, un ramo del Parlamento non potrà discutere approfonditamente della legge di bilancio. Noi abbiamo contestato questo quando eravamo all’opposizione, facendo anche un ricorso in Corte costituzionale. Oggi che siamo in maggioranza abbiamo il dovere di scusarci con l’opposizione e con il Presidente della Repubblica, che ci aveva richiamato a un metodo diverso. Senza onestà intellettuale non c’è la possibilità di andare ad analizzare il risultato di questa legge di bilancio, che per noi, signor Presidente del Senato, vede un bicchiere più che mezzo pieno”. Quasi incommentabile: ma che davero? Ma chi ti crede, Matteo?