• Un’azione comune tra molteplici soggetti istituzionali e non per un migliore utilizzo dei beni confiscati
  • La chiede Maria Falcone, sorella del giudice ucciso nella Strage di Capaci
  • Confronto costante con le banche e i sindacati per salvare le aziende confiscate ed i posti di lavoro

“Sulla gestione dei beni confiscati alle mafie serve un’azione a tutto campo che veda protagonisti le associazioni antimafia, le istituzioni, gli enti locali, i sindacati e le banche: solo mettendo attorno allo stesso tavolo tutti i soggetti coinvolti a vario titolo nella fruizione e nell’uso dei patrimoni sottratti ai clan si possono scongiurare i rischi di un cattivo utilizzo e, soprattutto, si può evitare che surrettiziamente, come diverse indagini dimostrano, le cosche ne riprendano il controllo”. Lo ha detto Maria Falcone, sorella del giudice Giovanni Falcone e presidente della Fondazione che del magistrato porta il nome, all’indomani della relazione conclusiva dell’indagine sui beni sequestrati e confiscati alla criminalità mafiosa della commissione Antimafia regionale.

Una lettera indirizzata al prefetto di Palermo

La Fondazione Falcone è anche tra i firmatari della lettera indirizzata al Prefetto di Palermo in cui si sollecita l’avvio di un confronto tra i soggetti coinvolti nella gestione dei patrimoni mafiosi.

L’utilità di una mappa dei patrimoni confiscati

“Serve avere- ha aggiunto Maria Falcone – una sorta di mappa dei patrimoni confiscati, del loro stato di salute, delle criticità che inevitabilmente vivono le aziende che si ritrovano a operare con le regole del mercato legale e della libera concorrenza dopo anni di monopolio assicurato dalla protezione mafiosa e dall’assenza di una dialettica interna con i lavoratori”. “E’ fondamentale, – conclude – proprio per sostenere queste aziende ed evitarne la morte, con tutte le conseguenze che ne derivano a danno dei lavoratori e del consenso sociale, un confronto costante con le banche e con i sindacati”.

Beni confiscati in Sicilia, amaro bilancio nella indagine realizzata dalla commissione regionale Antimafia

Dalle relazione emergono significative battute di arresto nell’applicazione della legge Rognoni-La Torre. La fase di restituzione dei beni alla collettività deve sottostare a farraginosità da parte delle istituzioni e non poche lungaggini burocratiche. Sono alti i tassi di mortalità delle aziende confiscate e centinaia i posti di lavoro persi.