“Siete in ritardo, figli.. Adesso i giornalisti di tutto il mondo vi leccano (come credo ancora si dica nel linguaggio delle Università) il culo. Io no, amici”.  Guardavo le scene del primo “sciopero di Stato” per l’ambiente e mi è venuto in mente Pier Paolo Pasolini. Distopia allo stato puro.

Greta Thunberg non mi convince. La lotta per la difesa dell’ambiente va affidata alla scienza. Non alla propaganda. Lo so, le nostre periferie vanno salvate dall’inquinamento. Vanno ripulite, ripensate, ridisegnate. Immaginate, però,  – come solo noi italiani sappiamo fare –  nella cifra della bellezza. In fondo, non vi chiedo nulla di rivoluzionario.

Negli anni settanta, la bellezza del made in Italy era il tratto distintivo del design automobilistico. Per passione, per interesse, per puntare allo sviluppo economico e sociale. Per quel sogno, proprio il nostro comprensorio, ha ceduto una quota della sua verginità. Ma era pur sempre bellezza e non avevamo, a quel tempo, strumenti adatti e sensibilità per comprendere il danno che stavamo arrecando.

Non sono uno scienziato, ma so che non esistono ricette globali per salvare l’ambiente. I problemi di Termini Imerese, e delle nostre periferie, sono diversi dalle sfide che devono affrontare Priolo o Gela. E i rischi ambientali della campagna francese o delle lande texane sono diversi dalla devastazione che ha messo a fiamme e fuoco l’Amazzonia. Non esistono soluzioni semplici. Oltretutto, il giudizio degli scienziati sui danni causati dall’antropizzazione non è univoco. C’è chi lancia un allarme sul rischio di un’estinzione di massa del genere umano, e chi, al contrario, tesse le lodi dell’anidride carbonica come elemento regolatore dell’ecosistema.

Chi ha ragione? Probabilmente, tutti e nessuno. A dire il vero, entrambe le valutazioni hanno grossi punti deboli. A chiunque sostenga che l’uomo non sia il virus che sta distruggendo la terra, viene contestata una sudditanza con i cosiddetti “poteri forti”; dall’altra parte della barricata ci sono gli apocalittici: sono come i funghi nella stagione delle piogge.

I guru del cambiamento climatico appaiono, ad intermittenza, sulla scena mediatica da oltre 90 anni. Il primo alert risale al 1932. Sulle colonne del quotidiano Queenlanders veniva riportata una tesi scientifica,  che dava undici anni di tempo all’umanità per salvarsi. L’editorialista del New York Times, Walter Sullivan, riprenderà il tema nel 1969 e nel 1975. Anche in quel caso, il timer dell’Apocalisse climatica era puntato sui dieci anni. Associated Press parlerà di cambiamento irreversibile nel 1989.

Poi, verrà il tempo dello show alle Nazioni Unite per una piccola pasionaria. No, non parlo di Greta Thunberg, ma di Severn Cullins Suzuki, lanciata nel 1992 sul palcoscenico del Convegno sul clima Onu di Rio. Sei minuti di discorso per la bimba, all’epoca dodicenne. L’hanno dimenticata tutti. Dopo il discorso di qualche giorno fa a New York, credo che anche la saga di Greta Thumberg si avvierà, prima o poi,  su questo declivio. Dietro la giovane combattente svedese, c’è un esercito di spin doctor, una start up milionaria e una serie di libri messi in vendita – dalla ragazza e dai suoi parenti più stretti – proprio alla vigilia della grande battaglia per la difesa dell’ambiente.

A me, confesso, Greta ha fatto “solo” molta tenerezza. Non mi ha convinto. Sul piano scientifico, poi, il suo discorso vale zero. Forse, va persino nella direzione sbagliata. Perché, sarà pure un caso, ma quando i fondi di investimento globali, i veri padroni del mondo, iniziano a puntare – e scommettere miliardi – sulle fonti energetiche rinnovabili, ho la strana sensazione che qualcuno si voglia realmente appropriare del nostro futuro e di quello dei nostri figli. Sono quegli stessi “fondi” che hanno governato passato e presente, imponendo discipline finanziare rigorose e modelli di consumo appiattiti sull’energia del fossile.

Strana coincidenza, poi, ha voluto che in contemporanea con lo show di Greta, il nostro primo ministro, Giuseppe Conte, si sia sentito in dovere di comunicare dell’avvenuto incontro, sempre nella Grande Mela, con il capo di Black Rock. Sapete di cosa hanno discusso? Di green new deal. Come si suol dire, è una proposta a cui non si può dire di no. Lo faranno per il nostro bene? Lo faranno per l’ambiente? No, statene certi. In un mondo dove i depositi bancari sono a interesse negativo, investire sulle tecnologie del futuro – da rendere “obbligatorie” agli Stati, sotto il ricatto di tagliare l’ossigeno, ovvero ogni eventuale forma di investimento e di rinnovo dei titoli del debito – equivale a generare una montagna di profitti. E ripulirsi un po’ la coscienza.

Così la teoria della piccola Greta crolla miseramente. Perché alla fine, realizzare quel che chiede – e come lo chiede –  la giovane attivista svedese, consentirà ai pochissimi ricchi del pianeta di diventare ancora più ricchi. I paesi in via di sviluppo pagheranno un prezzo insostenibile. I paesi poveri, letteralmente, affonderanno. Questo Greta non lo può sapere. Perché è una bambina. Ho la certezza, però, che chi sta dietro di lei, abbia piena consapevolezza dello scenario.

Mi sto dilungando troppo. Per concludere, la domanda che tutti mi dovete porre è: “se le tesi ambientaliste di Greta non funzionano, cosa fare di concreto per salvare l’ambiente e la società?” Non ho una ricetta semplice e sicura. Ma so che dobbiamo puntare sulla “bellezza”, sulla nostra grande bellezza, vera ricchezza di un ecosistema anche culturale, asset che l’intero pianeta ci invidia.