“Il quadro disegnato dalle risposte dei siciliani al sondaggio dell’Istituto Demopolis sul ruolo dell’Autonomia siciliana e sul funzionamento delle politiche di sviluppo del Sud rafforza le convinzioni di questo governo sia in materia di Statuto siciliano che di Autonomia differenziata (ovvero dell’attuazione di una autonomia nuova richiesta dalle regioni del nord ndr). Di fatto i siciliani si sono formati una opinione che combacia con quella di esperti e studiosi”

Lo dice a BlogSicilia il Vice Presidente della regione Gaetano Armao, assessore all’economia e di fatto impegnato a fianco del Presidente Musumeci in tutte le trattative per l’attuazione dello Statuto siciliano e non solo in quelle. La grande sfida di questi tempi, infatti, è l’Autonomia differenziata che cambierà il volto d’Italia e che può essere una opportunità o un grande rischio.

“Questo governo non ha mai nutrito alcun dubbio circa l’importanza strategica e fondamentale dello statuto Autonomistico – dice Armao – certo esso necessita di ammodernamento. Ma prima di tutto è necessaria la sua attuazione”.

“Le indicazioni che ci vengono dalle risposte dei siciliani al sondaggio Demopolis sono forti e importanti. Intanto ci parlano di una condivisione, da parte dei siciliani, della strategicità dello strumento Autonomia. Una Autonomia che va rilanciata attraverso il confronto con Roma. Dallo stato abbiamo già ottenuto che entro settembre bisognerà giungere a nuovi accordi attuativi che dovranno entrare in vigore. E’ una esigenza inderogabile”.

Assessore ma i siciliani segnalano anche in modo forte un dato: lo Statuto è stato usato male

“Ed è vero, è così’. Io non sono un difensore della bontà delle scelte fatte fino ad oggi. La Sicilia è stata governata da una classe politica ed amministrativa a volte scarsamente lungimirante ma per lo più clientelare che ha fatto scelte tese a preservare spesso se stessa e non indirizzate allo sviluppo del territorio e alla definizione dell’Autonomia. Lo strumento Statuto ha funzionato egregiamente nei primi anni dopo la sua emanazione, poi si è persone nei mille rivoli creati da amministratori inadeguati”

Ma bastano gli accordi sull’attuazione per rilanciare?

“Certo che no ma intanto bisogna scrivere insieme le regole. Le relazioni stato Regione sono ferme al 1965 e chiaramente quelle regole non funzionano più prima di tutto in materia fiscale. Il fisco italiano è cambiato completamente sul fronte delle imposte e sul fronte della produzione”.

Oggi, poi, c’è il grande tema dell’Autonomia chiesta dalle Regioni del Nord

“Una regione che chiede Autonomia non troverà mai la Sicilia contraria. Noi l’Autonomia l’abbiamo nel sangue. il concetto stesso è stato inventato qui in Sicilia. Occorre, però, stare attenti. Serve una perequazione ovvero stabilire insieme correttivi che riportino uguaglianza fra le Regione e fra i cittadini. Insomma occorre che nel decidere le autonomie lo Stato contratti anche compensazioni in modo che un cittadino siciliano non sia diverso da un cittadino lombardo o veneto o emiliano”.

Il primo problema per la Sicilia sarebbe già il bilancio 

“Certo, la Sicilia ha un bilancio asfittico perchè fino al 2018 ha pagato di contributo allo stato fra regione e province qualcosa come 1 miliardo e 600 milioni. abbiamo ottenuto la riduzione di questo prelievo forzoso e del contributo al risanamento della finanza pubblica ora stiamo lavorando per giungere ad una abolizione”

L’altro elemento segnalato dalle risposte dei siciliani è l’assoluta inefficacia delle politiche per lo sviluppo del Sud

“E anche in questo caso i siciliani hanno ragione. Negli ultimi dieci anni gli investimenti dello stato nel Mezzogiorno ed in Sicilia denunciano una flessione tale da far addirittura aumentare il gap infrastrutturale e generale. Il Sud è stato abbandonato a se stesso, non interessa più. Ma se si vuole dare vita ad un sistema di Autonomia differenziata questo gap va compensato. E quando parlo del gap mi riferisco alle condizioni di crescita quindi non solo a temi economici ma a infrastrutture e pari opportunità dunque anche a sistemi che riconoscano l’insularità come condizione di svantaggio a compensare sia in tema di trasporto e continuità territoriale che in tema generale”

Ma come è possibile. Ci hanno sempre detto che la questione meridionale è al centro dell’attenzione di tutti i governi

“Guardi ci sono studi che ci dicono che con l’andamento attuale degli investimenti occorrerebbero 400 anni per  riportare la Sicilia in linea col resto del Paese sul fronte infrastrutturale. La Svimez nel Rapporto 2018 ha evidenziato che nel contesto di un preoccupante ampliamento della forbice dei divari Nord-Sud si rileva ‘il vero e proprio crollo degli investimenti pubblici’. Ciò in quanto nell’ormai dinamica della spesa in conto capitale, il 2016 ha già fatto toccare il punto più basso della serie storica per l’Italia e per il Mezzogiorno, nel 2017 la spesa in conto capitale declina ancora. Si tratta del sostanziale dimezzamento dei livelli pre crisi per l’intero Paese, ‘ma per il Mezzogiorno, si tratta di più che un dimezzamento: se si considera un periodo più lungo, si passa da una quota di spesa in conto capitale nell’area che ancora nel 2002 valeva l’1,6% del PIL nazionale, a una spesa che vale appena lo 0,7%. Il modesto incremento del 2015 non ha interrotto un trend negativo che sembra inarrestabile’. Ma il dato più rilevante – precisa il rapporto Svimez –  ‘è la spesa ordinaria in conto capitale che rappresenta un buco nero per lo sviluppo del Mezzogiorno, confermandosi su livelli del tutto insufficienti, sostanzialmente dimezzati rispetto a quelli pre crisi, e ben lontani da quei principi di ‘riequilibrio territoriale’ sanciti nel 2017 “.

E come si esce da questa situazione. Solo con l’uso dei Fondi Europei?

“Certo che no. I fondi europei non hanno portato benefici consistenti nel mezzogiorno d’Italia da quando sono stati introdotti. Ma non è colpa degli stessi Fondi Ue. Essi sono stati spesso spesi male ma c’è un problema ancor più grande. la spesa comunitaria è pensata per essere aggiuntiva e permettere la convergenza delle regione rimaste indietro. Invece lo stato italiano ha delegato solo ai fondi comunitari questo compito facendo mancare le risorse nazionali. Di fatto sono mancati gli investimenti italiani e questo ha parzialmente vanificato anche quelli europei”

Allora cosa fare?

“La strada è quella che abbiamo tracciato. Revisione degli accordi con lo Stato, applicazione dello Statuto, applicazione dei principi dell’insularità per garantire continuità territoriale e pari opportunità ai siciliani, incentivi per attrarre investimenti e rendere competitivo il territorio, strumenti compensativi e attivazione per la Sicilia, della così detta clausola di maggior favore così come prevista già dall’articolo 10 della legge costituzionale 3 del 2001. Si tratta, in pratica, dell’ottenimento di risorse e personale a fronte di trasferimenti di competenze. Insomma se le regioni ordinarie ottengono autonomia, quelle a Statuto speciale devono restare una marcia avanti. Certo è un percorso lungo e complesso, che passa anche attraverso trattative, accordi ma è un percorso che abbiamo avviato e che proseguiremo oggi facendoci forza anche dell’opinione dei siciliani che credono ancora nell’Autonomia e che vogliono vederla ben utilizzata”.

LA CONTRO OPINIONE: MA LA SICILIA NON E’ MATURA PER LA SUA AUTONOMIA