Non solo problemi giuridici ma anche di natura pratica e sanitaria. Dopo l’attacco di ieri al decreto sicurezza bis da Palermo parte anche un secondo attacco alla politica del precedente governo in tema di immigrazione. A parlare, stavolta, è Mario Affronti il responsabile della Medicina delle Migrazioni del Policlinico di Palermo. Affronti segue questo impegno fin dal lontano 1987, quando al centro salesiano Santa Chiara di Ballarò, con il Prof. Serafino Mansueto e don Baldassare Meli, iniziò a seguire la cura degli immigrati. È responsabile dell’Ufficio regionale per la Pastorale delle migrazioni della Cesi e dal 2009 al 2016 è stato presidente della SIMM, Società Italiana per la Medicina delle Migrazioni. Con lui cerchiamo di comprendere le conseguenze che il Decreto Sicurezza dell’ottobre scorso ha prodotto nell’assistenza sanitaria agli immigrati che giungono in Italia.

Considerazioni le sue che sembrano un nuovo messaggio indiretto e involontario al governo Conte bis  

Dottore Affronti cosa è cambiato dal suo punto di vista con l’entrata in vigore del primo Decreto Sicurezza?
Sfatiamo innanzitutto il convincimento che le cose prima dell’entrata in vigore di questo Decreto andassero bene. Bisogna tener conto che i processi di integrazione sono molto lunghi. Anche dal punto di vista sanitario, all’inizio può essere giustificata l’improvvisazione, l’approssimazione, può prevalere l’aspetto dell’emergenza. Ma quando parliamo di salute dobbiamo tener presente la globalità degli elementi che la costituiscono, dalla prevenzione alla cura, alla rieducazione post cura. Si tratta di un processo lungo e difficile che, comunque, è stato inopinatamente interrotto dal decreto e che aveva prodotto i primi risultati in termini di integrazione sanitaria e non solo.

E che vuol dire tutto ciò qui da noi, a Palermo?
Quando a metà degli anni ‘80, cominciò a giungere in Italia un significativo numero di stranieri, ci si rese conto che molti erano dotati di competenze professionali e titoli scolastici di primordine. Nel 1987 abbiamo aperto il Centro di accoglienza di Santa Chiara all’Albergheria e la presenza di ivoriani e ghanesi era già significativa. Erano molti i laureati o i diplomati. Erano i migliori a partire dal loro paese, i più intraprendenti e coraggiosi, con buone conoscenze linguistiche, con tutte quelle doti necessarie per chiudere positivamente il progetto migratorio. Sia chiaro quelli che giungevano nel nostro paese venivano per lavorare perché c’era già una certa richiesta di manodopera, anche se non correlata ai titoli di studio che queste persone avevano. Tutto ciò poteva influire negativamente sullo stato di salute psichico ma in quella fase contava molto il progetto.

Perché è partito così da lontano per spiegare questo fenomeno?
Voglio ricordare un episodio che è rimasto impresso da sempre nella mia memoria e che esprime la logica in cui bisogna muoversi. Un paziente aveva una diagnosi di tubercolosi: si interrogava sempre sul perché di quella malattia, sul perché proprio a lui, esattamente come fa ogni essere umano. Ricordo con precisione che benché facesse lavori manuali umili era laureato e conosceva più lingue. Un giorno venne da me per dirmi che aveva trovato la risposta: “Dottore – mi disse – la causa è la mancanza di permesso di soggiorno”. Ho riflettuto e continuo a riflettere sempre su questa risposta perché apre una questione di non poco conto dal mio punto di vista medico.

Quale?
La salute si ottiene con tutti gli elementi che incidono sulla vita di un uomo, non solo su quelli di carattere squisitamente medici, ma anche sociali e politici. A fare la differenza sono i cosiddetti determinanti distali di salute come lavoro, abitazione, presenza della famiglia, istruzione e diritti politici a cominciare dalla cittadinanza e dal diritto di voto. Senza tutto questo non c’è salute, come benessere psico-fisico-sociale. Quello che abbiamo fatto in questi anni attraverso la SIMM e i tanti enti, istituti, associazioni e professionisti riunitosi attorno ad essa, è stato un impegno costante per garantire a tutti coloro che giungono in Italia la garanzia della tutela sanitaria, indipendentemente dalla loro collocazione amministrativa e giuridica. Questi erano e sono ancora in tanti, giunti magari con il visto turistico alla cui scadenza non subentra alcun titolo di permanenza e diventano irregolari. Avrebbero dovuto essere espulsi, ma siccome lavoravano e lavorano nella stragrande maggioranza, anche se in nero perché non hanno un permesso, hanno atteso e attendono una sanatoria – l’Italia, ricordiamo, è il paese delle sanatorie e la stessa Bossi-Fini, del 2009 ha determinato la più grande sanatoria nella storia delle migrazioni italiane con ben 700 mila persone transitate da un giorno all’altro verso uno status giuridico di regolarità (ma non erano delinquenti?) – e nelle more hanno la possibilità di essere curati se ammalati da strutture pubbliche e non solo del privato sociale.

E da cosa dipende?
Questa tutela, fortemente voluta dall’associazionismo socio-sanitario mediante una efficace azione di advocacy (i medici non sono forse gli avvocati naturali dei malati poveri, cioè che si ammalano a causa della povertà, come diceva R. Virchow alla fine dell’800?) deriva dal Decreto Dini del 1995 poi confluito nella Turco-Napolitano del 1998, che dà piena attuazione all’art. 32 della Costituzione che definisce la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti. In quegli anni nascono gli ambulatori per irregolari e clandestini. In queste strutture sanitarie pubbliche i medici del SSN hanno il ricettario che hanno tutti i medici, visitano e prescrivono medicine e analisi necessarie per la salute dei migranti che si presentano loro. A queste persone chiedamo nome, cognome e data di nascita e consegniamo un documento denominato STP (Straniero Temporaneamente Presente) per gli extracomunitari ed ENI (Europeo Non Iscritto) per i comunitari. La norma ha una natura inclusiva ed è per questo che non è richiesto alcun tipo di documentazione previa.
Ma tra questi ci sono anche irregolari, clandestini e persone prive di documenti.
Certamente. La norma è stata creata proprio per loro, e non solo per motivi costituzionali – la salute è fondamentale e perciò non soggiacente ad altri diritti, è dell’individuo in quanto tale e non del cittadino, così come è scritto nelle altre costituzioni sull’esempio di quella francese ed essendo anche degli indigenti, libera la sua fruizione da ostacoli di natura socio-economica – ma anche di opportunità sanitaria. Ricordo quanto diceva il compianto Prof. Serafino Mansueto quando la legge era in discussione parlamentare e che poi venne votata anche dai deputati della Lega Nord: “curare loro significa proteggere anche la salute degli italiani visto che molti irregolari/clandestini convivono con noi e abitano nelle nostre case”. Non bisogna infine dimenticare che gli irregolari/clandestini dovrebbero essere in Italia tra 500 e 600 mila, il 10% degli immigrati con regolare permesso di soggiorno presenti, che sono l’8,5% della popolazione italiana e cioè 5 milioni e mezzo. Non c’è quindi alcuna invasione di irregolari rispetto alla presenza dei regolari: in barba a quanti pensano che gli immigrati regolari siano il 30% degli italiani e gli irregolari addirittura intorno al 50-60%. Questa è la differenza tra la percezione e la realtà del fenomeno.

E a Palermo?
Questi dati nella realtà palermitana dicono che ci sono al massimo 4.000 irregolari. Per loro sono previsti tre ambulatori specializzati dove trovano ogni tipo di assistenza socio-sanitaria. Va detto che questa è una positiva eccezione perché in altre regioni, ad esempio in Lombardia, non esistono ambulatori riservati agli immigrati irregolari.

E cosa accade allora?
Costoro si rivolgono direttamente ai Pronto Soccorso con le facili complicazioni prevedibili: intasamento e scarsa assistenza perché impossibilitati a fornire continuità assistenziale. Traduciamo tutto ciò in numeri: in Lombardia si calcola ci siano 1 milione di immigrati con regolare permesso di soggiorno (in Sicilia 180.000), tra questi, secondo la regola di una percentuale non superiore al 10%, ci saranno 100.000 irregolari. Costoro non hanno un servizio sanitario pubblico a loro riservato, e come detto confluiscono o nei Pronto Soccorso o nelle strutture di assistenza private laiche o cattoliche. Deve essere chiaro che la tutela sanitaria di queste persone è responsabilità primaria dello Stato attraverso il SSN, così come si fa in Sicilia e nella maggior parte delle regioni italiane.

Allora da noi funziona tutto?
Non tutto. In Sicilia questa assistenza è a macchia de leopardo essendo garantita solo in alcune zone dell’isola. Ma non dimentichiamo che queste persone sono presenti in tutti i comuni, anche i più piccoli, ove per esempio ci sono tante badanti quasi quanti sono gli abitanti. Ma sicuramente in questo campo siamo tra le regioni le più virtuose. La nostra terra ha dato un forte contributo alla realizzazione dei temi di cui stiamo discutendo sia in termini di advocacy che di programmazione sanitaria portando il nostro paese ad avere una delle migliori norme sull’argomento salute e migrazioni.

Quindi le leggi ci sono?
La legge c’è, ma non è applicata uniformemente né in tutta Italia, né in tutta la Sicilia. Tornando al sistema in generale, se lo Stato non provvede e i privati non richiedono questi servizi dovuti il sistema si inceppa e la qualità dell’assistenza decade per tutti immigrati e italiani. Dare risposte efficaci a chi è ai margini del sistema per motivi socio-economici o culturali, perchè diverso, dovrebbe rappresentare un vincolo per le nostre istituzioni, segno di grande civiltà.

Qual è la causa a suo avviso?
Una delle cause di queste disfunzioni è il convincimento, molto diffuso, che gli immigrati siano portatori di malattie particolari, infettive e comunque diverse da quelle di cui noi siamo affetti. Sono pericolosi perchè non solo poveri, ignoranti e spesso delinquenti ma anche perchè infetti: questo il cliché. Ed invece non è così perché nel nostro ambulatorio curiamo obesità, diabete, ipertensione, ecc. Come si possono curare queste persone nei Pronto Soccorso senza la necessaria continuità? Quindi la cura degli immigrati tutti deve superare la logica dell’eccezionalità e entrare in quella della normalità a partire dalla prevenzione che deve essere riservata anche a loro nell’interesse di tutta la popolazione a partire dalla conoscenza esatta del loro bisogno di salute spesso volutamente schiacciato su malattie terribili ed innominabili.

Ma cosa succede per quelli che arrivano via mare e che sono giunti dopo ottobre dell’anno scorso?
Per i cosiddetti richiedenti asilo, minori non accompagnati compresi, la legge prevede un largo accesso ai servizi previsto anche dalle leggi internazionali. Anche in questo campo non esiste alcuna criticità sia per i numeri che non sono mai stati numerosi – 170 mila nel 2016, prima dei ministri Minniti e Salvini – sia per le patologie. Sono giovani e forti dissi in uno dei congressi nazionali della SIMM a proposito della loro salute, affermando che anche per loro valeva il cosiddetto effetto migrante sano e la forza del progetto migratorio, più forte spesso delle terribili condizioni pre-partenza, del deserto e delle prigioni libiche. Per loro si è cercato di svolgere politiche di integrazione, anche se non sempre con ampi risultati, perché si consideravano come energie utili allo sviluppo del nostro paese. Adesso gli immigrati sono tutti considerati dalla politica e dalla gente come potenziali nemici, persone da cui difendersi e quindi si cerca innanzitutto di non farli entrare e poi di mandarli via.

Che vuol dire? Può essere più preciso?
Si fa un gran parlare per quelle centinaia che giungono con le navi delle ONG, ma nulla si dice di quelli che giungono quotidianamente con i “barchini” o da altri confini nazionali. Questi ultimi cercano di non essere registrati a causa del Trattato di Dublino, e cosi, possono nella irregolarità tentare di attraversare l’Italia e raggiungere il nord Europa loro vera meta, dove hanno quasi sempre parenti e sostegni che li attendono. Mentre se sono stati registrati i Italia, la Germania ce li rimanda con gli aerei perché in forza di Dublino dobbiamo innanzitutto farcene carico noi, sperando nella successiva redistribuzione, per la quale non pochi paesi – e tra questi quelli amici dell’attuale governo – non sono d’accordo. Insomma siamo tornati indietro di qualche anno e l’Italia è tornata ad essere un punto di approdo per andare oltre e non per rimanere. Chi giunge oggi in Italia sa che le possibilità di stare tra noi sono di molto diminuite, pur essendo il nostro paese bisognoso della loro presenza sia per motivi economici che demografici. L’Italia non ha mai considerato le migrazioni come un’opportunità di crescita e di sviluppo, così come la Germania o la Francia che hanno accolto molti più richiedenti asilo di noi (800 mila la Germania, 200 mila la Francia, circa 130 mila l’Italia). Da noi le migrazioni sono un problema, buone soltanto a far vincere le elezioni politiche a chi dice un’altra storia, a chi fa un altro racconto per accontentare la voglia di capro espiatorio che hanno oggi le società post-globalizzate in grave crisi di identità e di uguaglianza.

Ma poi ci sono quelli che erano già in Italia da prima e magari erano accolti temporaneamente negli SPRAR. Di questi che si può dire?
Premesso che gli SPRAR non hanno pienamente funzionato perché molti Comuni non vi hanno aderito (circa 2.000 sugli 8.000 Comuni italiani), possiamo affermare che là dove sono stati avviati hanno funzionato e fin dove possibile l’integrazione è avvenuta. Ma adesso con la riduzione del sostegno economico del Governo molti sono stati chiusi e nei fatti chi vi era prima adesso è per strada. Non bisogna dimenticare l’enorme sforzo della Chiesa Italiana che in questi anni ha accolto più di 20 mila richiedenti asilo e minori non accompagnati e non solo tramite la Caritas e/o La Migrantes nazionali nelle proprie strutture. Ora nessuno può contestare che vi sono stati alcuni fenomeni di cattiva gestione e di arricchimento indebito, ma la riduzione dei finanziamenti ha prodotto vantaggio solo per le casse dello Stato ed ha interrotto molte esperienze positive.

E il Decreto Sicurezza come si inserisce in questo contesto?
Intanto occorre premettere che le competenze della migrazioni in Italia sono divise tra il Ministero della Salute che si occupa appunto dei temi sanitari e quello dell’Interno che si occupa della sicurezza e spesso accadeva già che per motivi di sicurezza spesso pretestuosi certe tutele sanitarie previste non si potevano dare. Ora però, se aumenta il tasso di irregolarità e clandestinità di queste persone, automaticamente ostacoliamo anche il loro accesso ai servizi di cui hanno diritto. Il Decreto Sicurezza arriva proprio quando dopo tanti sforzi eravamo riusciti a garantire a tutti un grado minimo di sicurezza sanitaria. Ora tutto diventa più difficile innanzitutto per il clima di ostilità e paura che si è generato nei loro confronti e poi perché anche loro non si sentono più sicuri nel nostro Paese, come era fino a qualche anno fa. A tal proposito un insieme di enti e associazioni che si interessano da tempo della salute dei migranti, insieme alla SIMM, hanno chiesto a maggio di quest’anno un incontro al Ministro della Salute proprio per affrontare le ricadute negative che il Decreto provoca sul settore della salute ai migranti. Sembra proprio che dopo 30 anni siamo ritornati all’inizio quando documentavamo malattie legate alla mancanza del permesso di soggiorno e più in generale dei diritti delle persone, senza i quali la salute è solo di chi ha i mezzi per permettersela. E’ un colpo duro nei confronti della nostra bella Costituzione ma anche un invito pressante alla vigilanza ed alla presenza.

E per concludere?
Intanto occorre vigilare perché quanto acquisito non venga messo in discussione. L’art. 32 della Costituzione che ho citato è un punto di riferimento certo perché afferma che il diritto è dell’individuo e non del cittadino, un diritto cioè naturale, non concesso dallo Stato. Questo vale per altri diritti costituzionali come la libertà o il diritto di essere salvati in mare che sono stati calpestati dal ministro Salvini nella convinzione egheliana che lo stato ed i suoi interessi vengano prima dell’individuo: non l’individuo per lo stato ma lo stato per l’individuo, così nel preambolo alla nostra costituzione scritto da Giorgio La Pira. Ed infine, per non concludere, vorrei ricordare un passo biblico.

Prego.
La prima volta che ci imbattiamo nella frase: straniero e temporaneamente residente (ricordate l’STP?) è nel libro della Genesi, (23,4). Sara è appena morta e Abramo deve trovare un pezzo di terra dove seppellirla. Malgrado gli fosse stata promessa una terra e una discendenza, è solo e in terra straniera; come nomade quale è non ha una terra e non ha diritto ad acquistarla.. Entra allora in rapporto con Ebron, il proprietario della grotta, e si dichiara straniero e temporaneamente residente facendo appello alla sua sensibilità. E’ una vera e propria discordanza cognitiva che trova spiegazione nel successivo libro del Levitico (25,23) ove si dice Le terre non si potranno vendere per sempre, perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e inquilini. Ecco questo è l’orizzonte giusto entro cui collocare anche il tema della salute. La terra che abitiamo non è di nostra proprietà, ma ci è data per noi e per i nostri figli e per questo va custodita e coltivata, rispettata e non posseduta. Per la Bibbia siamo tutti forestieri ed ospiti temporanei e non padroni della terra che calpestiamo ogni giorno. Non abbiamo altra scelta se non quella di accoglierli. Da come lo facciamo dipende il futuro del nostro piccolo pianeta. La tentazione di innalzare muri difensivi di qualunque natura è destinata ad essere sconfitta dalla storia, così ben descritta nel Grande Libro, se solo tornassimo a leggerlo ed a viverlo, anzichè brandire come armi coroncine del rosario o cuori immacolati di Maria.