Vi ricordate la vicenda del Consiglio regionale dei Beni Culturali che non veniva mai rinnovato? Si è dovuto attendere otto anni, per vedere ricomposto un organo strategico per la gestione dei Beni culturali in Sicilia, che adesso c’è. Ma il risultato è un Consiglio regionale dei Beni culturali a cui si fatica a riconoscere autorevolezza, sia per la ridefinizione della sua composizione sia per le nomine fatte dall’ex Assessore Carlo Vermiglio. Un consiglio così composto che forse se ne sarebbe perfino potuto fare a meno.

La qualità dei pronunciamento del Consiglio, è evidente, sarà direttamente proporzionale alla qualità dei suoi componenti. Per un Assessorato cronicamente lasciato a corto di fondi vale la pena ricordare che questo collegio fornisce pure indicazioni sulla programmazione della Regione ed esprime pareri circa la relativa attuazione. Un compito di tutto rilievo, se si pensa che nello Stato è grazie al via libera dell’altro Consiglio, quello Superiore, che sono stati stanziati 65 milioni di euro legati al piano strategico Grandi Progetti culturali e 68,8 per la Programmazione Strategica Nazionale del Ministero dei Benci Culturtali

Quello siciliano è presieduto dallo stesso Presidente della Regione e vede sì ridursi i componenti da 53 a 15, ma di questi ben 5 restano politici (oltre al Governatore, l’assessore ai Beni Culturali, quello dell’Economia, e i presidenti delle due Commissioni legislative Ars ‘Bilancio’ e ‘Cultura’) e 9 sugli altri 10 sono di nomina fiduciaria dell’assessore ai Beni Culturali, mentre prima erano i vari istituti e associazioni a indicare i propri rappresentanti, così come era il personale stesso delle Soprintendenze a esprimere i propri per ciascuna sezione tecnico-scientifica, nel rispetto, cioè, dei diversi specialismi.

Altro che ‘ridotti i politici’, come sbandierato: è un organo più politicizzato oggi rispetto alla composizione pletorica che già in origine prevedeva la compresenza di ‘tecnici’ e politici. E, poi, di quali nomi stiamo parlando?

Al posto di riconosciute personalità del mondo della cultura, un architetto (Filippo Nasca), un ingegnere (Cataldo Pilato) e un avvocato (Ivan Chiaramonte), indicati dai rispettivi Ordini; Giuseppe Parello, l’architetto alla guida del parco archeologico della Valle dei Templi, patrimonio dell’umanità ma ad orologeria, che cioè cessa di esserlo, a pagamento, da una certa ora ad un’altra per il banchetto del Google Camp e che fissa come soglia oltre la quale non concederebbe il sito la sfilata di una pornodiva (ha detto proprio così!); Giuseppe Sobbrio, già ordinario di Scienza delle Finanze (UniMe), privo di specializzazione in economia dei beni culturali come richiesto dallo stesso decreto presidenziale; Rosalba Panvini, soprintendente di Siracusa, docente a contratto (UniCt) e non ordinario come pure richiesto; Franz Riccobono, in rappresentanza della Fondazione Unesco-Sicilia, laureato in Economia e commercio e cultore di memorie patrie della città, Messina, dell’ex Assessore. Infine, stacco netto su tutti, Giuliano Volpe, presidente del Consiglio Superiore Beni Culturali: ma è normale che sia l’Assessore siciliano a scegliere un componente di quest’ultimo organo e non al contrario il Ministero a indicare un suo rappresentante? Un consiglio, inoltre, a cui mancano ancora gli esperti indicati dalla Cei e dal Rettore dell’Università di Palermo, Fabrizio Micari, candidato del centrosinistra alla Presidenza.

Sarebbe interessante sapere cosa ne pensano i candidati alla Presidenza che riceveranno in eredità dal Governo uscente un organo un terzo del quale decadrà con la nuova legislatura, e dei restanti due terzi (dieci componenti), nove sono nominativi fiduciari di un assessore di Crocetta? Di più, auspichiamo che il nuovo Governo possa attendere alla necessaria revisione e aggiornamento normativo in materia di beni culturali, che la potestà legislativa primaria consente, e che in tale ambito ripensi anche gli articoli 4-7 di quella fondamentale legge del lontano 1977 con cui si costruì in Sicilia, nello specifico settore, un sistema parallelo a quello dello Stato: ritengo, infatti, che la singolare architettura ‘ibrida’ del Consiglio, che fa sedere allo stesso tavolo tecnici e politici, avesse una sua ragione storica oggi superata: ovvero, a distanza di qualche anno da quel 1975 in cui nello Stato nasceva il Ministero Beni Culturali e nello stesso tempo trasferiva tutte le competenze in materia alla Regione autonoma, la legge del ’77 prevedeva che alla costruzione di questo nuovo sistema concorressero politici e tecnici insieme. Superata, dunque, quella fase di fondazione, si ripensi questo Consiglio come a un puro organo tecnico consultivo, così com’è nello Stato.

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