Una tranquilla giornata di sport che stava per trasformarsi in tragedia. E’ la storia di Matteo Argano che, tornato a casa dopo una lunga corsa si sente particolarmente stanco. Lo dice alla moglie.

Si pensa ad un comune affaticamento provocato dall’intenso sforzo fisico – quel giorno infatti aveva percorso diversi chilometri –, così il malore viene derubricato a stanchezza.

L’uomo va a farsi una doccia convinto che sarebbe bastato un po’ di riposo per recuperare le forze. Ma il malore persiste e lancia l’allarme: “portatemi al pronto soccorso”.

Da lì la corsa all’ospedale più vicino, il Buccheri La Ferla, dove dai controlli di routine emerge che si tratta di un abbassamento di pressione.

In fin dei conti una buona notizia, in linea con la sensazione avuta in casa; tuttavia le condizioni di Argano non migliorano e si rende necessario un controllo più approfondito, un esame radiologico il cui esito sembra l’inizio della fine: dissezione aortica, ovvero il 30% di probabilità di sopravvivenza.

Altra corsa, stavolta più disperata e frenetica, al Policlinico per un intervento d’urgenza; ad attenderlo c’è un cardiochirurgo che per uno strano intreccio del destino porta lo stesso cognome del paziente pur senza parentela: il dottor Vincenzo Argano.

Nove estenuanti ore di intervento dove la famiglia non può far null’altro che affidarsi alla bravura del medico e aggrapparsi a quel 30% che fa gelare il sangue.

“E’ andato tutto bene, aspettiamo che si risvegli dal coma farmacologico”, annuncia il cardiochirurgo.

Matteo Argano si risveglia, si è perfettamente ripreso. Quel 30% ha girato dalla sua parte, se la si vuole vedere da un punto di vista statistico, ma se si pensa che a volte la vita guida le nostre esistenze verso mete impreviste, si può credere che una coincidenza di tempi e di luoghi abbia unito due uomini che non si conoscono legati dallo stesso cognome.

Vincenzo Argano ha salvato Matteo Argano.