L’indagine della Guardia di finanza sugli appalti nella sanità siciliana parte da un esposto della ditta Tutonet srl, presentata dall’avvocato Donato Grande alle Fiamme gialle il 20 settembre 2017. La Tutonet segnalava alcune criticità nella procedura di gara per l’affidamento della fornitura del “servizio di lavanolo”, il lavaggio di biancheria e coperte degli ospedali siciliani.

La gara fu poi annullata per decisione del Tar nell’aprile 2018. L’esposto fece partire approfondimenti investigativi sulle gare bandite dalla Centrale unica di committenza (Cuc) e nei confronti di Fabio Damiani, 52 anni, responsabile allora della Cuc e poi nominato direttore generale dell’Asp di Trapani, tra gli indagati nell’inchiesta.

La sera del 18 novembre 2018, a casa di Antonino Candela, arrestato oggi nell’ambito dell’inchiesta sugli appalti nella sanità, il manager, intercettato mentre parla con un altro degli arrestati, l’imprenditore Giuseppe Taibbi, quest’ultimo gli prospetta l’idea di mettere a punto un’attività di dossieraggio nei confronti del presidente della Regione Nello Musumeci che non aveva confermato Candela alla direzione generale dell’Asp di Palermo, preferendogli Daniela Faraone. Dossier da far arrivare a esponenti del governo nazionale.

I due – come si legge nell’ordinanza del Gip Claudia Rosini – si mostrano sorpresi dalla scelta della giunta: “Ci ha preso in giro, ci siamo fidati e ci hanno ammazzato”, dicono.

E insultano l’assessore regionale alla Salute, Ruggero Razza, definito da Taibbi “il bambino”, che Musumeci avrebbe dovuto “levare dai coglioni” e nominare Candela al suo posto. Candela e Taibbi fanno anche i nomi di Vincenzo Barone, “il ladro messo lì dentro”; di Fabio Damiani che “c’ha duemila cazzi che a sto punto vale la pena metterli nero su bianco”, di Alessandro Caltagirone, di “questo Lanza (Maurizio Letterio, ndr) in quota di Stancanelli” (il senatore Raffaele, ndr).

Anche per queste persone Taibbi diceva di aver confezionato “dei e propri dossier ricattatori o di essere pronto a confezionare con tanto di ‘foto satellitari’ delle ‘porcate’ fatte da ognuno per mettere alle strette lo stesso Musumeci ed altri al fine di fare ottenere al Candela i prestigiosi incarichi cui, a loro avviso, doveva essere destinato”, scrive il Gip. Incarichi che arrivano con l’emergenza legata al Coronavirus: Candela sarà nominato commissario per l’emergenza. Il manager, parlando con Taibbi, illustrava nello stesso dialogo il meccanismo delle nomine nella Sanità della Regione: dove prevale “la logica di fare affari e politica per loro”.

L’indagine della Guardia di finanza di Palermo sul sistema degli appalti sanitari in Sicilia, evidenzia le strette relazioni tra due coppie di manager e imprenditori: Fabio Damiani (direttore dell’Asp di Trapani e prima responsabile della Centrale unica di committenza) è messo in relazione con l’imprenditore Salvatore Manganaro; Antonino Candela (fino al dicembre 2018 a capo dell’Asp di Palermo e dal marzo scorso commissario per l’emergenza Covid in Sicilia) mantiene rapporti con Giuseppe Taibbi. L’entità delle tangenti con le imprese, per il sodalizio Damiani-Manganaro, scrive il Gip Claudia Rosini, “è commisurato in percentuali sul fatturato.

Non era possibile riscuotere in contanti le ingenti somme pattuite con le ditte, sicchè era necessario anche attivare un meccanismo di copertura attraverso formali rapporti imprenditoriali e la relativa fatturazione, a cui non potevano essere ricondotti i nomi di Manganaro e tantomeno quello di Damiani. La tangente stessa doveva confondersi, sicché la ditta non era costretta a costituire fondi neri di ingente entità. In tutte le condotte ascritte al duo Damiani-Mangano (ma anche Candela-Taibbi) è dato scorgere la ricorrenza di analoghi schemi, secondo cui la società interessata alla gara era contattata dall’intermediario/faccendiere, che offriva o forniva informazioni riservate; seguiva la copertura di fatture e contratti in parte fittizi messi a disposizione dell’intermediario per giustificare il pagamento del corrispettivo”. Manganaro si è servito di una galassia di società, appositamente create, che, congegnate come matrioske, non erano a lui riconducibili in quanto affidate nella gestione al fidato trustee Vincenzo Li Calzi, avvocato iscritto all’albo di Agrigento con studio a Canicattì.