Prosegue partendo dal cosiddetto papello, l’elenco con le richieste che il boss Totò Riina avrebbe fatto allo Stato per far cessare le stragi, la relazione introduttiva del presidente della corte d’assise d’Appello di Palermo Angelo Pellino al processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia.

Il magistrato sta ripercorrendo le motivazioni della sentenza di primo grado che, pur condannando a pene pesantissime ex ufficiali del Ros come Mario Mori e ed ex politici come Marcello Dell’Utri, espresse pesanti dubbi sull’autenticità del papello consegnato, come prova della trattativa, da Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso tra i protagonisti dell’accordo che pezzi delle istituzioni avrebbero stretto con lo Stato.

Ciancimino era teste e imputato al processo. “A far dubitare della autenticità del documento sono le sicure modifiche apportate da Ciancimino assieme alla persistente incertezza sul vero autore del documento”, spiega il giudice.

“Questi elementi costituiscono un ostacolo insormontabile a provare la sua autenticità sostenuta dall’ accusa”, ha aggiunto Pellino che definisce le dichiarazioni di Ciancimino “oscillanti e incerte”.

Davanti alla corte d’assise d’Appello di Palermo sono imputati di minaccia al corpo politico dello Stato l’ex senatore Marcello Dell’Utri e gli ex ufficiali del Ros Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, i boss Antonino Cinà, Leoluca Bagarella e il pentito Giovanni Brusca.

Massimo Ciancimino risponde invece di calunnia e concorso esterno in associazione mafiosa. “Anche lo stesso Salvatore Riina esclude di avere scritto alcunchè. La falsificazione documentale è stata utilizzata dal Ciancimino – dice Pellino – per supportare le sovrastrutture artificiosamente aggiunte ma il contenuto corrisponde effettivamente alle richieste promanate dai vertici mafiosi. Lo stesso Brusca nel ’96, ancor prima di Massimo Ciancimino, parlò di un ‘papello’ precisando di non avere mai visto il documento scritto”.