Il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Ragusa ha respinto la richiesta di scarcerazione di Davide Corallo, il carabiniere di 31 anni, arrestato per l’omicidio di Peppe Lucifora, il cuoco modicano di 57 anni, ucciso nella sua abitazione il 10 novembre del 2019

Resta, dunque, in carcere nel penitenziario di Caltagirone l’indagato ma per i suoi difensori ci sarebbe ancora una carta da giocare, quella del ricorso al Tribunale del Riesame di Catania. Per il gip sussistono ancora le condizioni per la permanenza in cella del trentunenne che, sebbene nel corso dell’interrogatorio di garanzia si sia avvalso della facoltà di non rispondere, nella sua deposizione tra il 13 e il 14 febbraio scorso, alla presenza dei suoi legali, aveva respinto ogni accusa, sostenendo di essersi recato nella casa della vittima diversi giorni prima del delitto.

Secondo la ricostruzione dei magistrati della Procura di Ragusa e dei carabinieri, il movente del delitto è riconducile a motivi passionali, in sostanza gli inquirenti sostengono che i due avessero una relazione, evidentemente finita male, con l’omicidio del cuoco. Nell’ultima puntata della trasmissione televisiva di Rete 4 Quarto Grado, sono state mandate in onda le foto della casa in cui si è consumato l’omicidio. Ci sono reggiseni imbottiti, abiti da donna e bocce di profumi nella cosiddetta stanza dei giochi di Peppe Lucifora.

A quanto pare, il cuoco sarebbe stato prima tramortito, forse con un pugno, e poi strangolato ma una chiazza del suo sangue è stata rintracciata su una coperta dai carabinieri del Ris  di Messina. Le indagini, coordinate dai magistrati della Procura di Ragusa, si sono orientate su Davide Corallo dopo aver scoperto che nell’armadietto di Lucifora, in ospedale dove lavorava come cuoco,  erano custodite le analisi del carabiniere. Un punto di partenza che ha consentito ai colleghi del presunto assassino di seguire un sentiero ben preciso, arricchito poi dalle tracce di Dna scovate nella casa della vittima, riconducibili proprio all’indagato. In particolare, ad inchiodare il trentunenne sarebbero stati il suo sudore ed il sangue: elementi che hanno convinto il giudice delle indagini preliminari del tribunale di Ragusa, Eleonora Schininà, a firmare la misura cautelare.