C’è un filo rosso, teso e infuocato, che unisce la Susa del 472 avanti Cristo con i cieli sopra Teheran. Quando il prossimo 13 giugno il regista Alex Ollé farà debuttare “I Persiani” di Eschilo al Teatro Greco di Siracusa, terza produzione di una 61esima stagione da record con oltre 171 mila presenze, il pubblico non assisterà soltanto alla messinscena del testo teatrale più antico dell’umanità. Si troverà di fronte a un editoriale geopolitico di stringente, feroce attualità.
La storia, a volte, opera un cinico ribaltamento dei ruoli sui medesimi palcoscenici geografici. Nell’opera eschilea, i Persiani sono gli aggressori: una superpotenza asiatica mossa dalla hybris, la tracotanza del giovane monarca Serse (interpretato da Massimo Nicolini), che osa violare i confini della natura per aggredire la Grecia. Oggi, quegli stessi Persiani sono gli antenati diretti degli iraniani. Ma nello scacchiere contemporaneo il paradigma si è drammaticamente invertito: la Repubblica Islamica è diventata il bersaglio dell’offensiva congiunta condotta da Stati Uniti e Israele. L’aggressore della tragedia classica si ritrova così a subire i bombardamenti di un conflitto moderno capace di scatenare un’escalation dagli esiti inimmaginabili.
L’ultimatum di Trump e l’onda d’urto economica
Il cortocircuito tra il mito antico e il presente si fa brutale se si guarda alla Casa Bianca. Se nella tragedia eschilea l’hubris è incarnata dal sovrano di Susa, oggi la gestione della forza bruta passa attraverso i messaggi apodittici e transazionali di Donald Trump. I suoi recentissimi avvertimenti lanciati a Teheran (“accettate un accordo o non rimarrà più nulla”), uniti alle indiscrezioni dei media su intensi preparativi militari americani e israeliani per riprendere i bombardamenti, suonano come una riscrittura moderna delle minacce imperiali. La postura di Trump incarna proprio quel linguaggio del potere assoluto che esige la sottomissione del rivale, evocando sinistramente l’ombra di un monarca globale che non ammette repliche.
Questa esibizione di forza non si ferma alla retorica militare, ma penetra con violenza nell’economia reale europea. Se nella tragedia il dramma è la distruzione fisica della flotta a Salamina, narrata nel racconto straziante del Messaggero (Giuseppe Sartori), nel Ventunesimo secolo le ferite si misurano in volatilità sui mercati finanziari. L’Europa, geograficamente vicina e strutturalmente dipendente, subisce il contraccolpo di una crisi energetica strisciante alimentata dal blocco delle rotte commerciali e dai venti di guerra mediorientali. La speculazione corre parallela ai droni, dimostrando come la moderna hybris condizioni la vita quotidiana dei civili a migliaia di chilometri dal fronte.
L’illusione del potere perpetuo
“Tensioni politiche, conflitti armati e ferite collettive”, ha spiegato il regista Alex Ollé a Siracusa, definendo lo spettacolo come una riflessione “sull’illusione del potere perpetuo”. Una cecità politica incarnata sul palco dalla regina Atossa (Anna Bonaiuto) e dal vuoto di potere lasciato da Serse.
Il momento centrale del dramma sarà il debutto siracusano di Alessio Boni nel ruolo dell’Ombra di Dario. Il re saggio viene evocato dall’oltretomba non per consolare, ma per condannare la follia bellica del figlio che ha voluto forzare l’ordine delle cose. È un ammonimento ideale che da Siracusa viaggia verso i moderni centri del potere: i confini violati generano mostri e le vittorie fondate sulla pura supremazia militare sono sempre effimere.
Dalle guerre del Peloponneso alle portaerei nel Golfo Persico, cambiano le tecnologie e i leader, ma non muta la grammatica dell’efferatezza. Tra teatro, geopolitica ed economia, la vera e unica protagonista immortale resta la guerra. Lei, a differenza degli imperi e dei presidenti, non muore mai.






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