Avviso di chiusura indagini, con richiesta di rinvio a giudizio, per 19 ex consiglieri comunali di Niscemi, indagati dalla Procura di Gela per avere favorito “un ingiusto vantaggio patrimoniale” agli ex proprietari di 89 immobili abusivi destinati alla demolizione.

I fabbricati sarebbero stati salvati grazie a una delibera consiliare che li dichiarava di prevalente interesse pubblico, acquisendoli alla proprietà indisponibile del comune e lasciandoli alla disponibilità degli stessi ex titolari ma senza stabilire il pagamento di un canone mensile.

I consiglieri sotto inchiesta appartengono a quasi tutti i partiti politici rappresentati in consiglio tra il 2012 e il 2017 quando sindaco era Francesco La Rosa, espressione di una coalizione di forze politiche e movimenti di centro-destra.

«In concorso tra loro – sostiene la Pm nell’avviso di conclusione – nell’esercizio delle loro funzioni, in violazione di norme di legge e di regolamento, in particolare dell’articolo 31 del Dpr 380/90, che disciplina la procedura da adottare per l’acquisizione gratuita al patrimonio del Comune dei beni e delle aree di sedime realizzati in assenza o in totale difformità del permesso di costruire e nell’ipotesi di inottemperanza dell’ingiunzione di demolizione, dichiarando all’unanimità l’esistenza di un prevalente interesse pubblico al mantenimento del bene abusivamente realizzato».

Si tratta della conclusione di uno dei tre filoni d’inchiesta avviati dal procuratore di Gela, Fernando Asaro, e dai suoi sostituti, dopo avere acquisito agli atti la relazione dell’allora prefetto di Caltanissetta, Maria Teresa Cucinotta, che mirava ad ottenere dal governo di Roma lo scioglimento del consiglio comunale di Niscemi.

Nel dossier, oltre alle mancate demolizioni delle case abusive, si denunciavano presunti rapporti e condizionamenti di “stidda” e “cosa nostra”, una poco trasparente gestione dello smaltimento dei rifiuti e l’affidamento del patrocinio legale del Comune ad avvocati scelti con criteri di discrezionalità.

Il consiglio comunale, ormai vicino alla scadenza del mandato, non fu sciolto ma un’operazione della Dda per presunto voto di scambio politico-mafioso portò nel giugno del 2017 all’arresto del sindaco, La Rosa, di due suoi assessori e di altri sei indagati. Il processo non si è ancora concluso.