Un’opera per l’integrazione tra i popoli campeggia ora sulla parete del porto di Giardini Naxos. Realizzata dall’artista Danilo Bucchi in occasione della nona edizione dell’Emergence Festival ,”Per vivere si muore” è un’opera di portata monumentale dati i suoi 270 metri di lunghezza e i 10 di altezza.

Tema fondamentale è la fratellanza, vista non come problema ma come necessità dell’uomo, in quanto bipede, inevitabilmente spinto da una pulsione verso la mobilità alla ricerca di mondi migliori.

L’artista ha interagito con l’opera già esistente realizzata da Boris Hoppek nel 2017 durante il G7 di Taormina, il suo “Negritos” rappresenta un uomo di colore in mare. L’intervento di Bucchi ha l’ambizione di creare un racconto narrativo, attraverso i suoi personaggi rappresentativi del suo lavoro segnico, che tenteranno di salvare questo personaggio che sta annegando in mare aperto.

Il progetto studiato per trasformare l’eco mostro, molo che deturpa l’ambiente estetico della bellissima baia, in un vero e proprio monumento del XXI secolo, attraverso un fare contemporaneo basato sull’idea del riciclo, in questo caso di una struttura pubblica che continuerà ad essere utilizzata come molo di approdo per le barche, facendolo rivivere come opera d’arte: Monumento che diventerà un simbolo rappresentativo della famosa cittadina turistica siciliana, comunicando un messaggio identitario di apertura verso i popoli del mediterraneo e del mondo intero.
I lavori sono stati realizzati grazie all’impegno del sindaco del Comune di Giardini Naxos, Nello Lo Turco, e del vicesindaco Carmelo Giardina con il supporto della Guardia Costiera e di tutti i cittadini del centro jonico.
Alla realizzazione dell’opera hanno preso parte anche alcuni allievi dell’Accademia di Belle Arti di Catania con cui l’Associazione Culturale Emergence, organizzatrice del Festival, ha firmato un protocollo di intesa. Coordinati dal direttore Vincenzo Tromba e dalla professoressa Daniela Costa hanno preso parte ai lavori Marco Stella, Enrico Liuzzo, Felice Agozzino e Mirko D’Antoni. I colori sono stati forniti dal Centro Colori Store di Catania.

“Credo che il titolo “Per vivere si muore” racconti l’opera nella sua natura più intima. È un lavoro che dedico al coraggio, alla fratellanza e all’importanza della vita”, afferma l’artista Danilo Bucchi

“Un’opera molto importante sia per la sua dimensione che per la sua posizione: porto siciliano in un paese turistico internazionale. È stato, dunque, doveroso proporre un’opera d’arte contemporanea significativa, con l’attenzione di chi vuole comunicare al mondo dei contenuti importanti e necessari in questo momento storico, parlando il linguaggio artistico attuale ed internazionale.
L’opera ha l’ambizione di comunicare al mondo intero, dunque, e non rimanere un intervento di puro decoro e riqualificazione dell’eco mostro. Per questo ho scelto il linguaggio essenziale, diretto e attuale dell’artista romano Danilo Bucchi che seguo dall’inizio della sua carriera.

‘Per vivere si muore’ il titolo dell’opera che affronta coraggiosamente una problematica dell’emigrazione africana nei nostri territori non come problema politico, ma soprattutto umanitario.
Il problema dei morti in mare, che sta causando questo grande movimento di popoli che si spostano per necessità, che per salvarsi la vita la perdono in mare, è un problema che noi siciliani sentiamo molto, e non solo per la gravità del fenomeno, ma soprattutto perché viviamo in prima persona il problema.

Se vivi in Sicilia per forza di cose avrai l’esperienza di incontrare la morte in mare. Parlando con un pescatore l’altro giorno durante i lavori al porto mi raccontava che ha avuto esperienza, e non solo lui, di corpi senza vita che si incastrano nelle loro reti da pesca. Forse non ci fanno vedere la gravità della situazione? Forse non sappiamo veramente il numero dei morti reali in mare? Il senso dell’opera è proprio questo: se vedo un corpo in mare lo salvo, lo carico in barca, lo curo e poi sarà la “politica” a decidere se integrare queste persone nei propri territori.
Noi non facciamo politica, ma solo cerchiamo di dare un segnale alla popolazione internazionale per non dimenticare il gravissimo problema di questi popoli, perché il mondo è di tutti”, racconta il curatore del festival Giuseppe Stagnitta.