Cateno De Luca non è nuovo a colpi di scena. Sono numerose le trovate “stravaganti ” che in questi mesi il sindaco di Messina ha escogitato per assicurare l’ordine all’interno della città. Dalle imboscate ai travestimenti bizzarri, il sindaco non si è fatto mancare nulla.

A settembre, munito di salopette rossa e maschera di Dalì come un personaggio della serie tv “La casa di Carta”, aveva fatto irruzione a Villa Quasimodo dov’era in corso un cantiere di riqualificazione dell’area. Lo scopo era di verificare che i lavori procedessero regolarmente.

L’ultima trovata riguarda la battaglia contro la prostituzione. La filosofia adottata dal sindaco è orientata alla pubblicazione di immagini forti ma significative, scelta che non è piaciuta a tutti.

Un gruppo di donne ha infatti stigmatizzato questi metodi firmando un documento contro il sindaco, motivato proprio dalle immagini riguardanti gli oggetti legati al sesso (preservativi, biancheria intima, fazzoletti intrisi di sangue), immortalati e postati sulla sua pagina Facebook. Ecco la lettera intera delle detrattrici.

Siamo un gruppo di donne messinesi disgustate dall’esposizione di preservativi, peni di gomma, reggiseni, lubrificanti e denaro che il sindaco De Luca ha deciso di offrire alla cittadinanza con scadenza pressoché settimanale.

E si noti che non siamo disgustate dalla visione di quegli oggetti, che fanno parte di una sessualità priva di inibizione e vergogne che non è da criminalizzare ed appartiene anche a tante tra noi. Ma dalla fantasia pruriginosa e bigotta del regista di questa visione: il sindaco Cateno De Luca.

Non si fatica a comprendere come la scelta di esporre quei “corpi del reato” corrisponda a una visione patriarcale, misogina e violenta della donna, delle trans e della sessualità. Vi è un filo che unisce la violenza materiale sul corpo femminile, incluso quello delle trans, compiuta da tanti aggressori e quella “simbolica” perpetrata dal sindaco. Alla base, infatti, vi è l’idea che l’unica sessualità ammissibile sia quella della donna angelicata, custode del focolare domestico, sessualmente addomesticata e dedita alla riproduzione e alla prole.

E se i corpi e i volti di quelle che trasgrediscono non possono essere esposti, allora a essere esibiti devono essere gli strumenti della loro trasgressione: per l’appunto i lubrificanti, i preservativi, i giocattoli e, naturalmente, il denaro che è segno della superbia delle donne che hanno trasgredito e simbolo della loro cupidigia.

Di fronte alla grettezza di questa visione vogliamo dire che, come donne, la lotta alla prostituzione intrapresa con modalità rozze e patriarcali da questo sindaco non ci fa sentire affatto più sicure. Anzi ci fa trepidare per quelle donne meno fortunate di noi che sono al centro di questa crociata maschilista e greve. E ci rende insicure perché ci mostra come un istinto e una cultura morbosi e patriarcali vengano legittimati dalla massima istituzione cittadina. E anche perché la salute pubblica e la nostra sessualità è minata da questa campagna che associa i profilattici – lo strumento più efficace contro le malattie sessualmente trasmesse e, probabilmente, uno dei più sicuri contro le gravidanze indesiderate – alla sporcizia morale.

Se, così come afferma l’unica legge valida in materia, la “Merlin”, vi è da combattere lo sfruttamento della prostituzione – e non il lavoro sessuale in sé e per sé, che è frutto di “scelte” dettate dalle circostanze di vita di chi lo pratica – ben venga. Ma che il corpo delle donne e la loro sessualità, inclusa quella “commerciale”, non diventi il pretesto per una moralizzazione della società che non può essere intrapresa certamente da un sindaco benpensante, le cui rappresentazioni pubbliche si sforzano di apparire sistematicamente morbose e misogine. Che questo spettacolo indecoroso finisca subito”

Non si è fatta attendere la risposta di De Luca, attraverso la sua pagina Facebook.
“Non posso che restare meravigliato e francamente anche sconvolto leggendo la lettera che le 70 Signore mie concittadine mi hanno indirizzato, a mezzo stampa, e con la quale le stesse si sono lamentate della recente campagna anti prostituzione che la Polizia Municipale sta portando avanti da qualche mese su mio preciso input, sostenendo che dietro la pubblicazione delle immagini di ciò che viene rinvenuto in queste case d’appuntamento, vi sarebbe una visione maschilista, bigotta, pruriginosa e patriarcale della sessualità femminile, accusandomi – senza tuttavia addentrarsi a svolgere alcun ragionamento a sostegno di tale accusa – che vi sarebbe un filo che unirebbe la violenza fisica sulle donne a quella “simbolica” che io avrei recato pubblicando le immagini degli oggetti e del denaro che vengono di volta in volta rinvenuti sui luoghi del sequestro (non ricordo di aver pubblicato foto di falli di gomma forse le signore si saranno autosuggestionate).

Non possiamo che contestare una simile accusa, con la quale sembra che le mie 70 concittadine vogliano giustificare la prostituzione elevandola al rango della libera espressione della sessualità femminile, come se la mercificazione del corpo sia divenuta una forma elevata e pura di espressione delle libertà civili. Ma ancora più inaccettabile è l’associazione di idee secondo la quale la pubblicazione delle immagini degli oggetti e del denaro costituirebbe una forma di violenza e tradirebbe una visione bigotta, maschilista e pruriginosa della Donna e della sua sessualità.
Al riguardo non possiamo che respingere una simile accusa rammentando alle Signore che questa Amministrazione ha incentrato tutta la propria azione su un canone di trasparenza e di testimonianza immediata e diretta, anche mediante immagini, di ciò che si fa. Non vi è alcuna differenza tra le immagini della “movida” dei locali notturni, in cui compaiono le decine di bottiglie sui tavolini o rovesciate a terra nelle discoteche oggetto del controllo, e quelle delle case di appuntamento. Così come non vi è alcuna differenza tra le immagini del pesce e della frutta e verdura oggetto dei provvedimenti dei sequestri nei confronti dei venditori abusivi e quelle delle case di appuntamento: in tutti questi casi, ci siamo limitati a documentare ciò che è stato rinvenuto, documentando in modo oggettivo e realistico ciò che abbiamo visto, espandendo la conoscenza di questi ambienti e delle attività a tutti coloro che vogliano fare un atto di presa di coscienza.

Con la pubblicazione delle nostre foto, spesso scattate da me stesso o dagli Assessori che mi accompagnano nelle mie attività, abbiamo squarciato quel velo di ipocrita perbenismo, per il quale tutti in città sapevano che nei locali notturni si somministrava alcol ai minorenni, ma nessuno si permetteva di andare in certi locali per contestare il mancato rispetto delle prescrizioni di sicurezza e la violazione delle disposizioni sulla somministrazione di sostanze alcoliche ai minorenni. Allo stesso modo, tutti in città sanno che in molti appartamenti, alcuni dei quali appartengono a persone illustri che li affittano senza curarsi del loro effettivo utilizzo, vi si possono trovare giovani donne che si prostituiscono… del resto esiste una chat su whatapp, il cui numero è facilmente reperibile, dove si mercanteggiano orari, prezzi e appuntamenti.

Allora il problema sembra che non sia più l’attività illecita, ma la pubblicazione delle immagini che immortalano questa attività! Come se le immagini di ciò che viene rinvenuto nei luoghi del “divertimento messinese” (ma divertimento per chi?) costituissero una forma di violenza, e non una mera rappresentazione oggettiva delle cose, così come sono, nude e crude: decine di bottiglie di alcol rovesciate a terra, rotte oppure vuote e abbandonate sui tavoli dei locali o per le strade, rappresentano una immagine del divertimento notturno al pari delle immagini delle parrucche, della biancheria intima, dei fazzoletti intrisi di sangue, dei preservativi usati buttati in un cestino e di quelli ancora confezionati… che hanno urtato la sensibilità delle Signore perché sono servite a ricordare loro, come a tutti noi, che dietro quelle immagini ci sono delle persone, ci sono dei minori ai quali viene somministrato alcol senza controllo inducendoli ad una dipendenza, ci sono donne che trascorrono la sera e la notte eseguendo prestazioni sessuali a pagamento.

Una cosa deve essere chiara a tutti, in queste case non si pratica la sessualità libera e disinibita che potrebbe costituire espressione della propria libertà e di una piacevole sublimazione dell’essere, no. In quelle case abbiamo trovato giovani donne, tutte straniere, che si prostituiscono e che cedono il denaro che ricavano da questa attività ad un uomo (spesso in casa con loro al momento della nostra irruzione) che le controlla e decide dove devono lavorare spesso avendole irretite con qualche falsa promessa. Questa è la drammatica realtà con la quale ci confrontiamo ormai da qualche settimana, dove le ragazze fermate spesso finiscono per raccontare agli agenti della Polizia Municipale le loro esistenze e le circostanze che le hanno portate a quella condizione, che non viene mai rivendicata come una “libera scelta” ma costituisce sempre una sorta di soluzione estrema ad uno stato di difficoltà, materiale o psicologica, nel quale si sono trovate.”