“Rare volte mi è successo nella vita di leggere un cu­mulo di imprecisioni quali quelle riportate nel­l’ordinanza firmata dal Gip che ha autorizzato il mio arresto. Si arresta una persona quando c’è la possibilità che reiteri il reato, il pericolo di fuga o la possi­bilità che lo stesso inquini le prove. Nessuna di queste cir­costanze ricorre nel mio caso”.

Inizia così un lungo articolo di Enzo Basso, giornalista ed editore della testata Centonove destinatario di un provvedimento restrittivo della libertà da parte del Tribunale di Messina per una serie di cambi societari considerati anomali in una inchiesta che riguarda proprio la gestione della testata.

Basso affida proprio a Centonove con questo articolo la sua difesa, perchè ritiene di doverlo ai lettori. ‘Io e l’accusa di bancarotta’ si intitola il pezzo pubblicato oggi sul giornale. Porta per occhiello una spiegazione dei motivi che lo inducono a scrivere ‘Il tribunale di Messina col mio arresto processa chi vuol fare impresa in tempo di crisi….posso garantire che un euro indebitamente non l’ho mai preso’

Nell’articolo basso poi attacca il provvedimento giudiziario “Lo spieghi ai suoi magistrati, se ne ha voglia, il procuratore generale Vincenzo Barbaro. Ma a leggere quello che scrive Germano Garofalo, un Ct, acronimo che sta per consulente tecnico di parte, qualche perplessità nella sua ricostruzione dei fatti sorge. Da un paio di anni a questa parte il signor Germano, su input di An­tonio Carchietti, spulcia tutto quello che ho fatto negli ul­timi 24 anni, come giornalista-imprenditore dell’editoria. E mischia fatti di vent’anni fa, con vicende di quindici anni fa e si presenta invece con un mandato limitato agli ultimi cinque anni. Per arrivare poi a una conclusione catastrofista: sarei un giocoliere che fonda società e poi le dissangua per non pagare i possibili creditori”.

Basso spiega la sua verità “Tre cose: nessuna banca ha conti aperti con il signor Basso. Tutte le esposizioni, fino a prova contraria, sono az­zerate. Pende solo una causa per usura da me intentata a due istituti di credito per la quale un consulente, che presta servizio anche per il Tribunale di Patti, ha ravvisato negli estratti conto societari usura e anatocismo per più di cen­toventimila euro. Poi. Io sono stato amministratore di Edi­toriale Centonove dal lontano 1992. La società è stata messa in liquidazione tre anni fa. Nel 2008, a seguito della crisi più generale, non solo dell’editoria, è stato fatto uno scorporo aziendale, affidando a due cooperative, Kimon ed Eveneto, la gestione di due rami di impresa, uno giornali­stico, l’altro di servizi. Le problematiche fiscali, su tasse e credito di imposta , sono oggetto di cause pendenti, non ancora definite nei gradi di giudizio. L’accusa che mi si muove è quella non di “bancarotta fraudolenta”, come hanno strombazzato veloci tutti i giornali, ma “bancarotta impropria”. Che cos’è? Un neologismo giuridico. Tradotto, significa che io avrei danneggiato me stesso. Non ho pre­sentato decreti ingiuntivi contro una cooperativa di soci-giornalisti, Kimon, cui Editoriale Centonove, con relative tasse versate, ventiseimila euro, ha ceduto, con atto notarile pubblico registrato, la testata Centonove che non riuscivano a pagare per quanto contrattualmente pattuito”.

“Il “disegno criminoso” sotteso – continua – sarebbe stato quello di accedere ai con­tributi sull’editoria previsti dalla legge 250 del ’90. Peccato che mai un euro sia stato erogato a favore della cooperativa in og­getto, Kimon. Pende tuttora una causa in appello, sub judice, contro la Presidenza del Consiglio dei Ministri al Tribunale di Roma, fissata con i tempi di questa infaticabile giustizia nel… 2019. Prudenza e contraddittorio, declamano i giuristi. Lasciamo perdere… Parliamo di geografia: non c’è mai stata una “unica di­rezione aziendale”, ma tre diverse società, con diversi dipendenti, tutti assunti con regolari contratti, in tre diversi appartamenti dello stesso stabile: a confermarlo, per sfortuna di questi improv­visati detective delle tasse, ci sono i contratti registrati, persone assunte in carne e ossa, contributi e tasse versate. Problemi, sì, tanti. Ma solo quelli che capitano a chi non ruba e non prende tangenti o non fa il giornalista-leccaculo di professione”.

“Infine un finanziamento Ircac. Si scrive sul nulla per una ventina di pagine. Un semplice fatto: il finanziamento non è mai stato erogato, mancava la fidejussione. Una cosa ora il Tri­bunale di Messina è riuscita a inaugurarla: si processa chi fa im­presa e chi si difende dalla crisi anziché chiudere bottega. Se è vero che mi chiamo Enzo Basso e devo qualcosa ai miei lettori-estimatori, oltre che ai miei familiari, posso garantire che io una lira o un euro, visto che si parte da lontano con le indagini, indebitamente, in tasca non l’ho mai preso”.

Basso tira, poi, le somme delòle sue spiegazioni “Riepilogando. Una persona indagata riceve almeno un avviso di garanzia: io non l’ho mai ricevuto. Semplice dimenticanza? Se sono stato sentito, e ho offerto la massima collaborazione documentale, avrei avuto diritto a un contraddittorio: mi pare di capire che il Ctu, si sia mosso con una idea preconfezionata, dimenticando che le piccole e medie imprese sono al 90% il tessuto connettivo dell’economia italiana, di chi paga le tasse e tiene ancora in piedi questo sgangherato sistema, giustizia com­presa”.

“Proviamo a fare un esercizio inverso – conclude – Anziché dire che non avrei pagato tasse più del necessario, qualcuno faccia fare il saldo complessivo inverso: quanto ho versato al fisco negli ultimi 24 anni della mia vita? Partendo da un dato di fatto sul quale amerei essere smentito da chi guadagna settemila euro al mese: che oggi io i miei soldi li ho bruciati tutti nelle aziende, per tu­telare libertà di stampa e di pensiero. Perché ci credo e ci ho creduto. Magari, prima di tentare maldestramente di uccidere le imprese e la dignità delle persone, si scopre un’altra, più sco­moda verità?”