C’è chi guarda ai minuti in cui il personale di guardia non si è accorto di nulla. E c’è chi sostiene che il problema cominci molto prima.

È la posizione espressa dai dirigenti sindacali Cobas Codir Michele D’Amico e Simone Romano in una nota sul furto delle opere di Antonello da Messina sottratte al Museo Interdisciplinare Regionale.

La premessa

“Abbiamo aspettato qualche giorno prima di scrivere sul recente furto dei capolavori di Antonello da Messina rubati al Museo Interdisciplinare Regionale di Messina. Un furto che addolora tutti noi più di quanto si possa immaginare”, si legge nel documento.

I firmatari richiamano la propria esperienza nel settore: “Per chi, poi, ha dedicato ben 37 anni al mondo dei beni culturali siciliani tale furto è una ferita che si potrà rimarginare solo e soltanto nel momento in cui la ‘Bellezza’, derubata a tutti noi, ai nostri figli, alle future generazioni di qualunque nazione, non torni all’interno del Museo Zancleo”.

Chi viene chiamato in causa

Il passaggio centrale sposta il perimetro delle responsabilità.

“Se pensiamo, però, che tutto si possa relegare ai minuti sui quali il personale di guardia, purtroppo, non si è accorto di quanto stava accadendo, ci si sbaglia e anche di tanto”, affermano.

E precisano l’ambito: “Nessuno è esente da responsabilità più o meno oggettive, più o meno visibili, nessuno, e quando scrivo nessuno mi riferisco ai vari governi regionali che si sono succeduti dal 2015 ad oggi e quindi ai governi regionali di tutto l’arco costituzionale di centro sinistra e di centro destra che avrebbero dovuto dettare ben altri indirizzi politici rispetto a ciò che è stato fatto”.

La conclusione è netta: “L’unica certezza è che la politica preposta al ramo dei beni culturali non ha messo in campo alcuna strategia volta al potenziamento della tutela e della vigilanza sui beni culturali siciliani, limitandosi a ridurre invece la macchina organizzativa in modo inversamente proporzionale alla crescita dell’offerta di beni e siti offerti in fruizione al pubblico”.

Le tre riorganizzazioni

La nota ricostruisce il percorso normativo.

Il punto di partenza è il decreto presidenziale del 14 giugno 2016, con cui il governo regionale dell’epoca avviava la rimodulazione degli assetti organizzativi dei dipartimenti ai sensi della legge regionale del maggio 2015.

Da lì tre interventi successivi. “Il Dipartimento Beni Culturali riorganizzava i propri uffici e le tre riorganizzazioni che seguirono, quella del 2016, 2019 e del 2022 hanno avuto un comune denominatore: la diminuzione di posti di lavoro nel comparto della dirigenza e una colpevole assenza sulle politiche del personale regionale quando questo iniziava a diminuire drasticamente”, scrivono i sindacalisti.

I numeri della proposta più recente

Il documento cita quindi la delibera di giunta del dicembre 2025.

“L’attuale Presidente della Regione, con delibera di giunta del governo regionale n. 392 del 17 dicembre 2025, ha proposto, agendo sulla stessa falsa riga dei governi precedenti, una riorganizzazione dell’intera macchina amministrativa regionale in cui si prevede un taglio del 33% tra aree, servizi e unità di staff e unità operative”, affermano.

E dettagliano: “La medesima proposta prevede una diminuzione complessiva di 273 strutture intermedie degli attuali 30 dipartimenti regionali. Per il dipartimento beni culturali la proposta prevede il ‘taglio’ di 56 postazioni dirigenziali. Abbiamo capito bene, ben 56 postazioni dirigenziali”.

L’effetto sul carico di lavoro

Secondo i firmatari, la riduzione non ha prodotto la semplificazione attesa.

“Tutte le proposte governative degli assetti organizzativi dipartimentali, per un verso, hanno condiviso l’indiscriminata eliminazione di unità operative, senza riuscire a snellire procedure che rimangono molto complesse, stante l’andamento dei percorsi tecnici e amministrativi di competenza e hanno finito, dall’altro, con il sovraccaricare e concentrare su un, sempre più, ridotto numero di dirigenti e di personale non dirigenziale, la gestione di provvedimenti di cui si è mantenuta inalterata la complessità e la tempistica istruttoria”, si legge.

Le competenze mescolate

Un ulteriore rilievo riguarda l’assetto interno delle strutture.

Le proposte, sostengono i sindacalisti, “non solo hanno portato persino alla innaturale commistione di materie e competenze all’interno di unità operative di soprintendenze e in alcuni parchi archeologici, depotenziando di fatto la loro azione sul territorio, ma non hanno risolto e continuano a non risolvere gli innumerevoli problemi di cui soffre da troppo tempo il settore dei beni culturali in Sicilia”.

L’elenco delle carenze

La nota individua alcune questioni sulle quali chiede conto ai vertici del dipartimento.

Riguardano la “dotazione di sistemi di impianti di sicurezza moderni, programma di ammodernamento tecnologico dei siti culturali; impianti di climatizzazione; dotazione di servizi igienici destinati al pubblico che siano degni di questa definizione, in linea con gli standard museali europei; formazione di tutto il personale volto a migliorare la qualità della risposta che il sistema dei beni culturali è tenuto a dare alla collettività”.

Il nodo generazionale

C’è poi un problema che riguarda il futuro prossimo.

“Qualunque rimodulazione organizzativa del dipartimento beni culturali dovrebbe affrontare necessariamente un problema principale, quello della carenza di personale, in virtù del fatto che l’attuale personale in servizio è figlio di concorsi espletati agli inizi degli anni ottanta e, pertanto, prossimo alla pensione”, scrivono i firmatari.

Si tratta di lavoratori che, sottolineano, costituiscono “la struttura portante nella redazione di atti amministrativi sostanziali per tutta la gestione del settore”, dalla gestione dei fondi europei ai nulla osta, dalle procedure legali ai servizi di vigilanza e custodia.

Da qui la domanda: “Come può essere possibile far funzionare una macchina come quella dei beni culturali scindendo gli aspetti organizzativi dagli aspetti del fabbisogno di personale e del numero adeguato per farla funzionare?”.

Dieci anni di segnalazioni

La chiusura contiene il rilievo più diretto verso le istituzioni.

“Chi scrive ha rassegnato per iscritto da un decennio a questa parte, a tutte le istituzioni competenti, quanto in questa sede sommariamente riportato ricevendo, in cambio, un assordante silenzio”, affermano.

E concludono: “La speranza, mai vana, che quanto accaduto al Museo Regionale Interdisciplinare di Messina possa insegnare qualcosa a chi è tenuto a prendere decisioni al fine di tutelare l’immenso patrimonio culturale che tante dominazioni hanno tramandato a noi comuni amanti della ‘Bellezza’ e che tutto non si concluda nell’operazione superficiale e facilmente immaginabile di scaricare la responsabilità verso gli ultimi della catena operativa”.