Ha preso il via ieri, con l’intervento del Capo dello Stato Sergio Mattarella, la 37a edizione del Meeting Cl di Rimini, tradizionale appuntamento di fine agosto che apre il dibattito politico – e non solo politico – del dopo estate.

Ambizioso ed efficace come sempre il tema che i promotori – che fanno parte di Comunione e Liberazione – hanno scelto per quest’anno: “Tu sei un bene per me”. Un tema che evoca molti riferimenti, primo tra tutti la considerazione da tenere nei confronti dei migranti che per vari motivi giungono tra noi. Considerarli una minaccia o una risorsa è il primo discrimine da avere nei loro confronti.

Ma il tema si attaglia ad ogni altro aspetto della vita sociale perché anche nella vita quotidiana l’altro è visto spesso non come un bene, quanto piuttosto come un pericolo o comunque un ostacolo per la propria persona.

Oggi pomeriggio alle 15, si terrà un incontro, visibile in streaming come tutti gli altri del Meeting Cl , dedicato al tema della Pubblica Amministrazione, dal titolo. “Lavoro pubblico e bene comune. Dalla casta alla comunità professionale”.

Vi prenderanno parte: Francesco Delzio, Manager e scrittore, Autore di “Opzione Zero. Il virus che tiene in ostaggio l’Italia”; Marco Gay, Presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria e Vice Presidente Confindustria; Giovanni Pitruzzella, Presidente Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato. I lavori saranno introdotti e coordinati da Salvatore Taormina. Taormina vanta ormai una lunga esperienza nell’Amministrazione regionale siciliana, avendo ricoperto tra l’altro la carica di dirigente generale in diversi dipartimenti e di Segretario Generale della Presidenza. Attualmente è a capo del Servizio credito all’Assessorato all’economia. Collabora inoltre da tempo con la Fondazione per la Sussidiarietà, il cui presidente è Giorgio Vittadini.

Abbiamo chiesto a Taormina di illustraci il perché di questo incontro.

“Con questo incontro vogliamo mettere a tema la natura più profonda della sfida sottesa all’impegno quotidiano dietro la scrivania di un ministero o di un assessorato, con l’auspicio di offrire un contributo di comprensione e di proposta certamente “atipico” rispetto agli standard con cui i temi della pubblica amministrazione vengono usualmente affrontati nei talk show o nello stesso confronto politico”.

Perché atipico?

Perché tra furbetti del cartellino e tangentisti alla ribalta, che purtroppo non mancano, l’argomento ricorrente è quello di addossare esclusivamente su dipendenti (meglio se dirigenti) ignavi o corrotti il peso delle inefficienze e delle vessazioni consumate ai danni di cittadini e imprese, senza tener conto di un elemento fondamentale.

 

A cosa allude?

Al fatto che tutti i burocrati italiani, da Trento a Ragusa, devono innanzitutto fare i conti con una produzione legislativa che in Italia, per quantità e livello di complicazione, può assurgere a vero e proprio elemento criminogeno per chi quelle leggi dovrebbe poi applicarle, come è stato autorevolmente richiamato all’inizio di quest’anno dal Presidente della Corte dei Conti Squitieri. Ma c’è anche un altro aspetto di rigidità.

Quale?

Il contesto in cui siamo chiamati ad operare. Siamo di fronte a tensioni radicali, che attraversano la sfera sociale, economica e istituzionale del nostro Paese, per scuotere i cardini della stessa convivenza civile, come lo stesso Papa Francesco ha richiamato nel 2014 ai Vescovi italiani, affermando che “Il bisogno di un nuovo umanesimo è gridato da una società priva di speranza, scossa in tante sue certezze fondamentali, impoverita da una crisi che, più che economica, è culturale, morale e spirituale”.

 

E questo vale anche per quanti operano nella Pubblica Amministrazione?

Certamente, anzi a maggior ragione, proprio per il delicato compito che sono chiamati a svolgere nei rapporti con i cittadini. Mi permetto di affermare che siamo di fronte ad una questione antropologica.

In che senso e perché?

Perché il mutamento di cui l’amministrazione pubblica ha bisogno passa, innanzitutto, dalle donne e dagli gli uomini che in essa operano. Sono stato particolarmente colpito (anche per l’autorevolezza della fonte) dalle affermazioni pronunciate a Taranto nel maggio scorso da Piercamillo Davigo, presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati. Prendendo parte a un seminario su trasparenza ed anticorruzione organizzato ha dichiarato: “Ciò che distingue la pubblica amministrazione italiana da quella francese o britannica è l’orgoglio di appartenenza, che qui manca. Per decenni si è raccontato che i nostri dipendenti pubblici sono fannulloni o nella migliore delle ipotesi inefficienti. Non ci vuole molto a distruggere l’orgoglio di appartenenza, ma per ricostruirlo ci vogliono generazioni“.

 

Ma questa impostazione sembra più adatta al rapporto di lavoro privato. Come può applicarsi a quello pubblico?

Ha ragione. Prima di rispondere cito però quanto affermato da un autorevole esponente di una grande impresa privata. Nick Hayes jr. “patron” della Swatch. Nel pubblicare i risultati economici del suo gruppo che erano in significativo calo ha dichiarato che tra le misure di riduzione dei costi non ci sarebbero stati tagli al personale: “Perchè – ha spiegato –  nell’orologeria i bravi operai sono merce rara. Perderli adesso potrebbe significare avere un ritardo e dei problemi di professionalità nel momento in cui il mercato ripartirà“.

Torniamo al lavoro pubblico. Che significa tutto ciò nella Pubblica Amministrazione?

Significa ricostruire quel tipo di orgoglio di cui parlavo prima, restituendo qualità ed efficienza agli apparati pubblici; significa investire, in primo luogo, proprio sulla persona e sulla sua natura relazionale, identificando in essa la principale risorsa di quella “transizione culturale” necessaria per ricomporre una vera e propria “comunità professionale”.

 

Ma questo tema è sempre ricorrente in ogni riforma.

In positivo questa scommessa, giocata in funzione motivazionale e responsabilizzante, può davvero costituire il passo determinante di una virtuosa alleanza tra quanti operano nel “palazzo” e quelli che ne stanno al di fuori, per restituire ai primi l’intima convinzione, prima ancora che l’obbligo giuridico, di concorrere col proprio lavoro ad una condivisa edificazione sociale ed economica, tanto nell’ambito di una città così come di una regione o di un intera nazione.

Ma i dipendenti pubblici rimangono ancora una “casta”?

Solo questo ritrovata dimensione comunitaria del lavoro pubblico potrà essere efficacemente contrapposta all’idea di “casta” caratterizzata da un vincolo tra omologhi in funzione di interessi di status da tutelare o accrescere ad ogni costo, recuperando la coscienza e la competenza necessarie a fare del bene comune lo scopo e la misura del proprio agire professionale.

 

E da dove si deve partire per questa sorta di “rifondazione” del lavoro pubblico?

La condizione di partenza per tale percorso è ammettere che anche nel settore pubblico esiste una vera e propria emergenza educativa. Essa richiede di riappropriarsi dal basso, prima ancora che attraverso le pur necessarie azioni illuminati della politica, di una consapevolezza generativa di quella “moralità” necessaria allo svolgimento di un servizio adeguato alle esigenze della collettività.

 

Ma in tal direzione non sono certo mancati gli interventi legislativi e amministrativi per ridare impulso alla vita della Pubblica Amministrazione?

Il punto è proprio qui. In assenza di esperienze capaci di alimentare adeguatamente questa tensione ideale gli stessi interventi volti negli uffici rimarrebbero circoscritti al solo irrigidimento di procedure, controlli e apparati sanzionatori, col rischio di ridurre gli obblighi derivanti dalla normativa anticorruzione, che indubbiamente sono strumenti da utilizzare al meglio, ad un insieme di adempimenti formali, come ha posto di recente in evidenza il presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione Cantone.

Se capisco bene, una sorta di “rifondazione dal basso”?

Senza evocare scenari lontani e complessi, dico che può risultare determinante il protagonismo di quelle esperienze di partecipazione, condivisione della conoscenza e confronto che, in un mix di patrimonio ideale condiviso e dimensione tecnica, tendano a configurarsi come ambiti idealmente motivanti e professionalmente responsabilizzanti proprio in quanto aperti allo stabile coinvolgimento, anche in chiave critica, degli stakeholders esterni all’amministrazione, quale componente indispensabile per una costruttiva rivisitazione dei modelli operativi propri dell’agire pubblico.

Ma non c’è il rischio di demandare a progetti buoni la necessità di intervenire subito, magari accontentandosi di meno?

E’ proprio l’opposto. La dinamica descritta è di quelle che scoraggiano sul nascere l’idea di demandare il cambiamento a visioni utopiche dell’amministrazione o a taumaturgici interventi della politica, in attesa dei quali giustificare la propria personale inerzia morale e lavorativa con l’irrilevanza del singolo comportamento rispetto ad un intero sistema che non funziona.

Si tratta allora di ripartire dalle persone? E forse il vostro tentativo di rispondere al tema del Meeting?

In un certo senso sì, ma con molta umiltà e semplicità. Va detto con estrema chiarezza, infatti, che la battaglia prima che attorno a noi è dentro di noi! Il primo compito che ne consegue crediamo sia quello di abituarsi a riconoscere e valorizzare gli esempi di una corresponsabilità già in opera tra quanti questa battaglia non rinunciano combatterla varcando giornalmente la soglia del proprio ufficio: esperienze e pratiche di lavoro, non importa se di piccola o grande entità organizzativa o finanziaria, riconoscibili però come un effettivo punto di novità già in atto.

 

Come si può sintetizzare tutto ciò?

Partire innanzitutto da ciò che c’è, cercando magari di capire perché c’è, più che attaccarsi a quello che manca. Questo può essere il primo esercizio per non smarrirsi nei meandri di uno scetticismo e di un cinismo dagli effetti altrimenti corrosivi.