Una vita contrassegnata dal cambiamento, dal trovarsi sempre nel periodo di transizione tra il vecchio e il nuovo, tanto in campo spirituale quanto in quello politico e sociale.

Padre Bartolomeo Sorge, protagonista di una stagione a Palermo, in realtà non si è mai fermato, non è mai fuggito dai problemi del mondo per regalarsi un comodo isolamento spirituale. La vocazione, il carattere e le circostanze non glielo hanno permesso. Di lui si è praticamente detto tutto e la sua storia rende già l’idea di un uomo impegnato su diversi fronti, ma sempre con un obiettivo fondamentale: lavorare per il rinnovamento della Chiesa e della società.

Martedì 3 dicembre nei locali della facoltà teologica di Palermo, presenterà la sua ultima fatica letteraria dal titolo “I sogni e i segni di un cammino”, scritto a quattro mani con Maria Concetta De Magistris. Nel libro padre Sorge ripercorre le esperienze della sua vita attraverso una riflessione sui sogni e i segni che l’hanno illuminata. Non si tratta di un tradizionale testamento da gesuita, come spiega a BlogSicilia.

“Abbiamo visto tanti padri gesuiti scrivere un testamento spirituale che seguiva sempre lo stesso schema: rinnovare la fede, ringraziare Dio e la Chiesa per tutti i doni fatti e ricevuti ricevuti, chiedere perdono ai confratelli per le mancanze e i peccati. Io invece ho accolto l’invito di Papa Francesco il quale, parlando della maturità, cita il profeta Gioele: “gli anziani ci raccontino i loro sogni, perché i giovani li continuino e cambino il mondo”. I sogni che ho fatto sono tre: soddisfare il bisogno di spiritualità diventando sacerdote, impegnarmi nella costruzione della città dell’uomo e, infine, il sogno del rinnovamento della Chiesa”.

Gesuita, teologo, politologo, instancabile studioso; vent’anni nella redazione de “La Civiltà Cattolica”, – la rivista della Compagnia di Gesù di cui è stato anche direttore – attivo con innumerevoli conferenze, autore di decine di pubblicazioni, legato a tre papi da stima e amicizia. E poi la missione di guarire Palermo dall’oppressione della mafia negli anni più cupi e brutali della città, gli anni ’80 e ’90, quando le strade erano fiumi di sangue. Denominatore comune di ogni esperienza è stato il trovarsi al centro del cambiamento.

“Finiti gli studi sono andato a Roma per il Concilio, quando stava cambiando la Chiesa. Poi sono andato a Palermo quando stava cambiando la Sicilia e infine a Milano negli ultimi vent’anni dove ho continuato a impegnarmi nel cambiamento culturale”.

Qual è il segno del nostro tempo?
“Certamente la globalizzazione. Ormai il mondo è diventato una famiglia di famiglie. Come dico nel libro, la sfida del ventunesimo secolo è imparare a vivere uniti rispettandoci diversi. Quindi la fine dei porti chiusi, dei confini e dei muri, una società aperta in cui il pluralismo non è una difficoltà ma una ricchezza perché la diversità non impedisce l’unità ma la rende più ricca. E questo l’abbiamo scoperto con l’era tecnologica. Il vero segno del cambiamento è il passaggio dalle singoli nazioni alla famiglia umana.”

Alla luce degli ultimi fatti della scena politica – pensiamo alle sardine – che clima si respira adesso in Italia?
“Ciò che stiamo vedendo con le Sardine è un esempio incredibile. E’ incredibile che sia una reazione popolare talmente forte da riempire le piazze delle grandi città. Questa è la reazione spontanea del corpo sociale che, dopo tante ferite, ritrova la tensione etica e ideale che si era persa con la fine delle ideologie. La politica oggi è ammalata di populismo, una malattia mortale, però gli anticorpi della società si sono incarnati nelle sardine che stanno riempiendo le piazze per proclamare la coscienza della nuova casa comune. Non c’è alcuna regia occulta dietro il movimento delle sardine, sono anticorpi spontanei alla politica dell’odio e dell’esclusione. Mi affascina molto il modo in cui si stanno muovendo i giovani, pensiamo anche alle battaglie per il clima. Questo è un periodo di semina di cui raccoglieremo i frutti più tardi. Auspico una Primavera di Palermo anche a livello nazionale.

Vent’anni alla rivista La Civiltà Cattolica, poi il trasferimento a Palermo nel periodo delle stragi. C’è un ricordo al quale è particolarmente legato?
“La reazione popolare dopo l’uccisione di Falcone e Borsellino. Quando sono venuto in Sicilia, dopo l’uccisione del generale Dalla Chiesa, ho visto la rassegnazione negli occhi delle persone. La gente non ci credeva più, pensava di dover vivere per sempre schiava della mafia. Il periodo più bello è stato il risveglio della speranza con la Primavera di Palermo, quando ho visto che la coscienza popolare non era più rassegnata. La primavera ci ha fatto sognare la possibilità di una Sicilia dove regnano legalità e giustizia.”

A che punto è quella primavera?
“Stagioni come quella che abbiamo vissuto non si possono dimenticare, però poi c’è anche il travaglio dell’inverno. Non posso giudicare perché manco da Palermo da diversi anni, ma credo che alcuni frutti siano già maturati, altri matureranno. Appena arrivato in Sicilia, durante un incontro coi giovani siciliani a Sciacca, ho visto negli occhi e nelle parole dei giovani del Sud lo stesso slancio e le stesse energie che hanno i giovani del Nord, gli ideali sono gli stessi. Avevano commesso un solo sbaglio: piangersi addosso. Pertanto ho detto loro di rimboccarsi le maniche e di riunire tutte le energie che avevano senza aspettare una soluzione dall’alto.”

Padre Sorge sogna ancora?
“Alla mia età i sogni non si fanno più ma si raccontano, ciò che mi resta è la speranza che i giovani continuino i miei sogni. Il mio testamento è che continui negli altri il mio sogno di una società migliore e di una Chiesa più evangelica. E’ questo il senso del mio libro”.