È entrato a Palazzo di giustizia per difendersi da un’accusa rara: «Tentata bigamia». Che, oltre alla singolarità del reato, può avere conseguenze pesanti: la legge punisce chi sposa due donne o due uomini con una pena fino a cinque anni. Se l’è cavata con una condanna minore, per «sostituzione di persona» e falso in atti pubblici.

Ma al di là delle conseguenze giudiziarie nessuno, al momento, è in grado di dire con quali «cicatrici» un uomo (41 anni) sia uscito da un intreccio surreale di vite parallele.

Un matrimonio stabile. Un secondo matrimonio programmato con un’altra donna, palermitana, con presentazione dei documenti (falsi) al parroco e data fissata in chiesa.

E due figli concepiti con entrambe, l’ignara moglie e l’inconsapevole amante, nello stesso periodo: proprio nel momento in cui l’improbabile bis-marito frequentava il corso prematrimoniale per le «seconde» nozze.

È stata la nuova compagna palermitana a denunciarlo, nel 2010, e a portarlo a processo in una vicenda giudiziaria che si è chiusa con una sentenza del 15 giugno scorso.

Per districare la storia, bisogna però andare con ordine. Nel 2006 l’uomo intreccia una relazione con una ragazza e le dice: «Sono separato». Poi assicura: «Ho chiesto il divorzio da mia moglie». Nel 2007 i due iniziano una convivenza. Nel 2009 la donna chiede di sposarsi con rito religioso, lui acconsente e aggiunge: «Grazie agli appoggi di mio padre, posso ottenere l’annullamento alla Sacra Rota».

Nel settembre dello stesso anno, annuncia: «Ho avuto il divorzio». Iniziano i preparativi per il matrimonio religioso e il 6 ottobre i due «futuri sposi» si presentano al primo incontro in una parrocchia di Milano, dove l’uomo comunica al sacerdote di aver ottenuto il via libera dalla Sacra Rota. Il corso termina a novembre e viene fissata la data delle nozze, il 10 aprile 2010, con predisposizione delle partecipazioni.

Nel «processicolo», così si chiama il faldone della parrocchia in cui vengono raccolti i documenti, l’uomo ha depositato nell’ordine: una dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà in cui si attesta la sentenza di divorzio del Tribunale di Milano; un certificato anagrafico con residenza, stato di famiglia e stato civile; un certificato di battesimo ad uso matrimonio; infine la dichiarazione del Tribunale apostolico di nullità delle prime nozze. Tutto falso.

Tanto che anche il parroco si insospettisce e, a due mesi dalla cerimonia, congela il «procedimento». La donna, incinta, si fa incalzante perché non ha ancora incontrato i futuri «suoceri». L’uomo crolla, ma prova a mettere l’ultima pezza: «D’accordo, non ho chiesto l’annullamento religioso, ma sono divorziato. Sposiamoci solo in Comune».

A quel punto lei lo segue e lo sorprende sotto la sua prima casa. In un minuto scopre che non è neppure separato. E che aspetta un figlio anche dalla moglie legittima. La scena successiva si svolge in un’aula di giustizia.