Ottanta gilet azzurri si sono concentrati ieri in via Villafranca, a Palermo, davanti la sede della Igea Banca. Erano i lavoratori dell’istituto di credito, capitanato da Francesco Maiolini, che nei giorni scorsi ha annunciato la fusione con la Banca del Fucino e il licenziamento di alcune unità di personale. Al sit-in hanno aderito le sigle sindacali Fabi, First Cisl, Fisac Cgil, Unisin assieme alle confederazioni Cisal e Ugl.

I lavoratori si sono concentrati sotto la sede palermitana della banca per chiedere lo stop ai provvedimenti di licenziamento dell’istituto di credito Igea Banca. Si tratta della prima manifestazione di protesta che il preludio ad altre mobilitazioni in programma nei prossimi giorni. Il 31 gennaio, infatti, i lavoratori si concentreranno davanti alla sede di Palermo della Banca d’Italia per poi spostarsi a Roma.

La reazione dei sindacati nei giorni scorsi è stata durissima. Le sigle sindacali ritengono i licenziamenti “un precedente di una gravità inaudita” e non comprendono come mai questa volta la banca non abbia utilizzato il Fondo di Solidarietà di Settore, istituito proprio per arginare le crisi occupazionali del settore bancario.

Che ne sarà dei fondi che hanno immesso i palermitani nelle casse della banca? Qual è il rischio che corrono adesso i risparmiatori? “Banca Igea sta violando le regole e calpestando gli sforzi dei cittadini palermitani e siciliani che pochi anni fa hanno messo a disposizione fondi per far nascere l’istituto –  ha commentato il Coordinatore della Fabi Sicilia, Carmelo Raffa –  qualcuno se ne infischia del futuro dei palermitani e dei siciliani”.

Di “operazione scriteriata che danneggia il territorio” parla, invece, la Cisal Sicilia che ha preso parte al sit-in di protesta di ieri. Di “segnale devastante per la categoria e per l’opinione pubblica” parla l’Ugl. “Appare paradossale  – spiega Franco  Fasola – che una banca in buona salute, alle porte di un delicato rinnovo contrattuale in fase di ratifica da parte dei lavoratori, assuma dei nuovi dipendenti e ne licenzi altri, presentandosi così  all’altare di una fusione con queste pessime credenziali, giustificando la decisione per motivi  riconducibili al ridimensionamento dell’organico in quanto già adeguato rispetto alle esigenze stesse, pertanto con l’alibi dell’organizzazione e della produttività, un cattivissimo bigliettino da visita a livello di immagine per l’opinione pubblica intera e per la categoria dei bancari”.