Emergono nuovi retroscena dell’operazione della Guardia di Finanza “Delirio” che ieri ha stretto a Palermo le manette ai polsi di 28 persone per mafia e associazione a delinquere.

In carcere è finito anche Raffaele Favaloro, figlio di Marco, autista del killer che uccise l’imprenditore antiracket Libero Grassi. Marco Favaloro collabora con la giustizia già dagli anni Novanta, mentre il figlio aveva continuato a frequentare l’ambiente criminale di Cosa nostra. Come emerso dalle indagini, Raffaele Favaloro era uomo del clan di Resuttana a disposizione anche della famiglia mafiosa di Borgo Vecchio.

Tra le sue attività anche il riciclaggio tramite il Monte dei pegni del Credito siciliano di Palermo. Lo confermano anche le intercettazioni. Era il 2014 e Raffaele Favaloro, era in macchina con Salvatore e Giovanni Pipitone. A loro spiega bene, intercettato dalle microspie della finanza, il sistema: “Io mi sono andato ad impegnare l’orologio, ma non per bisogno. Io li impegno lo sai per che cosa? Per regolarizzarli. Ora questo orologio qua io lo faccio arrivare all’asta perché io ho un’amicizia. Arriva all’asta e io me lo compro all’asta con la polizza. E te lo regolarizzi». E continuava a spiegare Favaloro: “Hai capito? Poi lo vendono loro. Per esempio io me lo compro quattromila e cinque tanto per dire? Che non ci arriva all’asta, fa fìnta che lo ha battuto all’asta, arriva quattromila e cinque ed io gli do quattromila e cinque, però dopo vado allo sportello con questa polizza… e mi da la differenza… mille euro… quello che è… si tengono loro le spese hai capito? L’ho comprato al Monte di Pietà”.

Con questo sistema Favaloro avrebbe “regolarizzato”, come diceva lui, ingenti quantità di oro e preziosi in modo che nessuno potesse più rintracciare la loro provenienza illecita.
Ma le intercettazioni e le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia svelano di più.

Il 12 marzo del 2014, alla Zisa, sotto gli occhi di decine di persone che entravano e uscivano dai negozi di via L’Emiro, venne assassinato Giuseppe Di Giacomo, fratello del killer ergastolano Giovanni. Quello di Di Giacomo resta un delitto irrisolto. A quanto pare, poco prima dell’omicidio, la vittima aveva litigato con Giuseppe Corona, il personaggio chiave dell’inchiesta della Procura di Palermo e del Nucleo di polizia valutaria della finanza, ritenuto il cassiere di Cosa nostra.

Il primo a parlare del delitto è stato Vito Galatolo, boss dell’Acquasanta divenuto collaboratore di giustizia: “L’omicidio di Giuseppe Di Giacomo è legato al fatto che questi aveva offeso un compare di Tommaso Lo Presti inteso il pacchione, ossia Giuseppe Corona. Di Giacomo voleva far chiudere la tabaccheria di alcuni parenti del cognato di Corona, motivo per cui quest’ultimo sì era lamentato col Lo Presti, con il quale era legato da un rapporto di profondo rispetto ed amicizia”.

Due anni dopo, nel 2016, un altro pentito – Giuseppe Tantillo del Borgo Vecchio – riferì che “Corona aveva avuto un battibecco con Di Giacomo Giuseppe. Di Giacomo mi raccontò di aver avuto un litigio (con Corona, ndr) qualche mese prima della sua morte, perché Corona si era intromesso più volte in questioni di messa a posto e così Di Giacomo gli aveva intimato che si doveva fare i fatti suoi. Nell’occasione Di Giacomo diede uno spintone a Corona dicendo che doveva chiudersi dentro casa e non occuparsi di cose di mafia. Anche a noi Di Giacomo disse che se Corona si fosse presentato al Borgo per intromettersi in cose del genere, non dovevamo dargli conto. Corona si atteggia di avere avuto una forte amicizia con Gregorio Di Giovanni, fratello di Tommaso (detto Masino) che attualmente gestisce la famiglia di Porta Nuova”.