Il parlamento ha detto no. Non si potranno usare i medici neolaureati nei pronto Soccorso. Un no giunto nella stessa seduta in cui si è deliberata la stabilizzazione a metà dei precari Asu che loro definiscono beffa. Un segnale pessimo secondo il governo quello che viene mandato al resto d’Italia proprio quando l’idea siciliana stava raccogliendo consensi.

Tanto che, bocciata l’eventualità Cefpas nella forma in cui era stata proposta all’Ars, c’è chi pensa di lanciarla lo stesso questa sperimentazione con un semplice e veloce atto amministrativo che però avrebbe tanto il sapore di sfida trattandosi di una norma che scavalcherebbe il parlamento.

Ma facciamo un passo indietro per capire a cosa l’Ars ha detto di no a partire dalle polemiche che ne sono nate cominciando dallo scontro tra l’assessore regionale alla Sanità, Ruggero Razza, e il Rettore dell’Università di Palermo, Fabrizio Micari a proposito dei giovani medici.

La proposta dell’assessore Ruggero Razza, prevedeva che i laureati in Medicina che non entrino nelle scuole di specializzazione facciano corsi di formazione al Cefpas di Caltanissetta per lavorare nella medicina d’urgenza. Si trattava, nelle idee dell’assessore, di una misura straordinaria per ‘tamponare’ la mancanza di medici specialisti che ha indubbiamente ripercussioni negative nell’erogazione dei servizi sanitari ai pazienti.

Gli aspiranti medici, dopo la formazione, avrebbero dovuto seguire un percorso di training on the job negli ospedali siciliani convenzionati, con retribuzione pari a quella degli specializzandi.

L’Ars ieri sera ha bocciato proprio la parte che riguarda i corsi al Cefpas ed il training on the job rispondendo a polemiche e sollecitazioni arrivate soprattutto da parte del mondo accademico, per il timore che i nuovi medici non siano adeguatamente formati, Razza, con un video postato sul suo profilo Facebook aveva provato a chiarire quale è stato il percorso che ha portato al provvedimento tanto vituperato.

“Prima di ogni altra cosa- aveva affermato l’assessore- con gli uffici dell’assessorato abbiamo fatto un approfondimento giuridico della questione, rilevando negli accordi collettivi l’esistenza del corso per “Medici dell’emergenza sanitaria territoriale”, un corso quindi precisamente previsto dalla legge e destinato ai medici da impiegare nelle ambulanze medicalizzate e nei PTE”.

“Poiché – continuava Razza- nei nostri pronto soccorso ci si può anche formare, abbiamo affiancato a questo corso previsto dalla legge un ulteriore corso, quello da seguire al Cefpas, con successivo tutoraggio presso i pronto soccorso, con l’affiancamento dei giovani medici ai colleghi strutturati”.

Razza precisava inoltre che “questo percorso non è sostitutivo rispetto alla formazione specialistica, ma specificamente indirizzato a medici laureati ed abilitati che, oltre a fare il corso per l’emergenza sanitaria territoriale, avranno un’opportunità di ulteriore formazione attraverso il progetto “training on the job”, misura formativa anche questa prevista dalla legge”.

L’assessore non esitava a definire “ridicola” la proposta avanzata da single sindacali ed associative di aumentare il numero di corsi di specializzazione in medicina di urgenza: “L’unica scuola di specializzazione in medicina di urgenza presente in Sicilia è quella di Catania, dove ogni anno si registrano circa 4 iscritti. Quanti anni dovremmo aspettare quindi prima di smaltire il fabbisogno urgente di 300 posti per i nostri pronto soccorso?”.

In merito alla ‘opposizione’ del mondo universitario a tale progetto, Razza rispondeva: “Capisco che c’è una certa gelosia del sistema universitario. Le scuole di specializzazione sono importanti, la Regione contribuisce e vorremmo fare molto di più. Ma di fronte ad un problema abbiamo pensato ad una soluzione. Quello che crea indignazione è il modo baronale di mentire ai cittadini. Andiamo avanti convinti di aver adottato un’iniziativa legittima ed indispensabile per il nostro servizio sanitario. Per il resto, l’ignoranza, la malafede la lasciamo agli altri. Nei prossimi giorni sarà pubblicato il bando”.

Una prospettiva però, osteggiata dal Rettore di Palermo Fabrizio Micari,  ex candidato alla presidenza della regione, competitor di Musumeci in quota Pd che manifestava, tramite una nota “preoccupazione per le recenti affermazioni dell’Assessore regionale alla Sanità, avv. Ruggero Razza, circa l’attivazione di percorsi regionali di formazione destinati a formare medici del servizio di emergenza-urgenza, che sembrano sostituirsi ai corsi universitari di specializzazione in Medicina dell’Emergenza e Urgenza e nelle discipline equipollenti”.

Per Micari, “al di là e a prescindere dalle fonti giuridiche che consentirebbero all’Amministrazione Regionale di costruire un percorso formativo parallelo rispetto a quello canonico previsto dalla normativa di riferimento, ciò che preoccupa maggiormente è il raggiungimento della qualità della formazione richiesta ai fini dell’espletamento di attività destinate alla tutela della salute pubblica”.

“Nei fatti – proseguiva Micari- l’Assessore con il percorso formativo previsto dall’art. 96 dell’A.C.N. (accordo collettivo nazionale, ndr) ai fini dell’espletamento dell’attività di emergenza sanitaria territoriale, indirizzato in questo caso a medici in possesso della sola abilitazione alla professione, sostiene l’idea che con tale operazione si possano sostituire, all’interno di un Pronto Soccorso, gli specialisti della Medicina di Emergenza e Urgenza (urgentisti) con i medici dell’emergenza sanitaria territoriale che sono chiamati ad erogare prestazioni non specialistiche”.

Secondo Micari “giova ricordare che ben 82 Paesi nel Mondo riconoscono la disciplina dell’emergenza-urgenza come specialità (i.E.M.). In particolare, all’interno dell’Unione Europea è richiesto l’espletamento di un percorso specialistico almeno quinquennale in ambito urgentistico (Decisione Delegata Ue 2016/790) ovvero un’integrazione di durata almeno biennale di una precedente correlata specialità di durata sempre quinquennale (UEMS, EUSEM)”.

A differenza di quanto avviene nel resto d’Europa, “emerge – dichiarava ancora il rettore- il paradosso, scaturente dalla discutibile scelta dell’Assessorato, di preparare, in soli due anni, i professionisti cui affidare la cura delle emergenze-urgenze sanitarie nelle strutture assistenziali deputate ad erogare prestazioni di elevata complessità”.

E ancora: “Spiace constatare che l’Assessore Razza, esponente dell’attuale Giunta Regionale, apostrofi con termini dal chiaro tenore offensivo le legittime preoccupazioni che provengono dal mondo accademico, il cui esclusivo interesse è garantire il più elevato livello formativo possibile a tutela della collettività e della salute dei cittadini siciliani. Più volte infatti la comunità accademica siciliana ha auspicato un maggiore interesse da parte della politica regionale nei confronti del Diritto allo studio complessivamente considerato, stigmatizzando la scelta di approvare una legge regionale in materia che non consente, per l’inconsistenza delle risorse finanziarie destinate, di sostenere adeguatamente gli studenti siciliani nel percorso formativo”.

Micari ricordava che “sul tema specifico della formazione specialistica, la Regione, in tal senso più volte sollecitata, piuttosto che concepire percorsi formativi paralleli, avrebbe potuto e dovuto impiegare maggiori risorse per finanziare contratti aggiuntivi per l’accesso alle Scuole di Specializzazione di Medicina, garantendo una formazione adeguata ai medici siciliani, finalizzata alla migliore tutela del diritto alla salute”.

Ma per indorare la pillola Micari  aggiungeva che “l’Università di Palermo si rende disponibile quindi, ad avviare un immediato e proficuo confronto con il Governo Regionale e con gli Enti e le Istituzioni preposti, che consenta d’individuare specifiche soluzioni che tengano conto dell’emergenza, ma allo stesso tempo garantiscano la qualità del percorso formativo dei giovani medici siciliani anche nella prospettiva di una futura crescita professionale nei ruoli della sanità pubblica. E ciò non soltanto per far fronte alle criticità contingenti, ma ai fini della programmazione e pianificazione di interventi strutturali e duraturi”.

A dar manforte a Micari anche il Senato Accademico e il Consiglio di Amministrazione dell’Università degli Studi di Palermo che “condividono all’unanimità le preoccupazioni espresse dal Rettore”.

In buona sostanza, “Senato Accademico e CdA UniPa intendono riaffermare il valore della formazione assicurata dalle Scuole di Specializzazione universitarie, accreditate a livello ministeriale, messe in discussione dalla proposta di percorsi formativi alternativi su base regionale”.

Senato Accademico e Cda ribadiscono ancora la propria preoccupazione “sulla eventuale commistione tra figure professionali con diverso percorso formativo che si troverebbero ad operare nella medesima struttura ospedaliera.
Auspicano pertanto che, come accaduto in altre Regioni in cui si è verificata una eccellente sinergia tra Istituzioni Regionali ed Universitarie, si possa avviare un confronto che porti all’individuazione di specifiche soluzioni che tengano conto dell’emergenza, ma allo stesso tempo garantiscano la qualità del percorso formativo dei giovani medici siciliani anche nella prospettiva di una futura crescita professionale nei ruoli della sanità pubblica”.

Ma c’è di più, perché “in tal senso l’Ateneo conferma la propria disponibilità all’attivazione della Scuola di specializzazione in Medicina d’urgenza al fine di contribuire alla soluzione dell’emergenza”.

Una emergenza che è sotto gli occhi di tutti e che si spera possa risolversi, dal momento che la mancanza di medici specializzati negli ospedali siciliani si protrae ormai da tempo costringendo spesso, chi deve curarsi, a intraprendere faticosi ed onerosi viaggi della speranza.

Posizioni possibilista ma con qualche remora era venuta dall’ordine dei medici “I contratti ‘training on the job’ che  la Regione siciliana vuole adottare per impiegare nei pronto soccorso siciliani i neolaureati formati con appena 360 ore presso il suo ente di formazione sanitaria Cefpas non è il modello formativo adeguato e non può essere in nessun modo una soluzione strutturale perché nelle aree d’emergenza in pochi minuti bisogna salvare spesso una vita e i giovani tirocinanti non hanno le giuste competenze” era il commento del presidente dell’Ordine dei medici della provincia di Palermo, Toti Amato.

“Al di là delle posizioni favorevoli o meno dei singoli sindacati e associazioni – continua Amato – nel mio ruolo di guida dell’istituzione ordinistica, garante della professione medica nell’interesse della salute dei cittadini e di tutti gli iscritti, soprattutto dei più giovani, ribadisco la stessa posizione della Federazione nazionale dei medici e le tante perplessità che ho già rappresentato all’assessore della Salute Ruggero Razza: I contratti ‘training on the job’ possono essere adottati solo per tamponare nell’immediato la mancanza di 300 medici specialisti urgentisti. Per il futuro, servono interventi organici e una rete formativa in emergenza-urgenza qualificata e allargata sul territorio, che coinvolga le università e gli stessi ospedali dove potrebbero specializzarsi i giovani medici che frequentano gli ultimi anni di specialistica”.

“La carenza di medici d’urgenza è un trend in ascesa – rimarcava il presidente dei medici siciliani- . Stabiliamo un tavolo e un calendario di lavori tra le istituzioni coinvolte nello sviluppo di una rete formativa che risponda ai bisogni di domani del sistema sanitario regionale, l’ordine offrirà tutta la collaborazione necessaria”.

“Comprendiamo – proseguiva Amato – che l’assessore Razza debba agire velocemente per assicurare salute a tutti e coprire l’enorme sacca vuota di specialisti creata negli anni dalla mancanza di una strategia e di una visione globale del sistema sanitario pubblico. Ma le criticità della soluzione individuata in tutte le regioni sono tante. I tironcinanti, per quanto affidati al tutoraggio dei dirigenti medici che operano nelle strutture ospedaliere, non possono avere le competenze necessarie per intervenire in situazioni difficili, che solo una formazione pluriennale e specifica può garantire. Non solo, non è detto che il paziente in condizioni critiche, trovandosi di fronte a un giovane medico, possa sentirsi ‘al sicuro”.

“E poi c’è anche un aspetto assicurativo sulle responsabilità non indifferente – concludeva il presidente dell’Omceo – . I tirocinanti guadagnerebbero 22mila euro lordi all’anno con un contratto a tempo determinato di due. In un panorama generale, che vede tutti i medici nel mirino di pazienti insoddisfatti fagocitati dai avvocati senza scrupoli, dovrebbero sostenere anche i costi di una copertura assicurativa professionale. Un altro peso che non potrebbero reggere”.

Ma nessuno ha convinto la Regione che si tratti di una strada sbagliata e adesso si studia lo ‘schiaffo’ all’Ars e l’adozione del provvedimento per via amministrativa