La Sicilia ha un talento antico per le contraddizioni. Isola circondata dal mare, assetata da sempre. Terra di dighe mai aperte, acquedotti che perdono più di quanto portano, bollette che arrivano puntuali anche quando l’acqua non arriva mai.

A marzo quel talento si manifesta in tutta la sua coerenza. A Ravanusa, Licata e Canicattì i rubinetti tacciono da settimane. Turni che sfiorano i venti giorni. Autobotti, taniche, un mercato informale dove qualcuno ha pensato bene di riempire i serbatoi con acqua contaminata da coliformi e nitrati fuori norma. Un uomo è finito in Procura. Ed è marzo, non agosto.

Nel frattempo, a Enna, si guarda e si riconosce tutto. La forma, il ritmo, persino le parole dei sindaci. Perché quella scena, nell’Ennese, è già andata in scena. E il biglietto è costato carissimo — nel senso più letterale possibile.

Una regione, due tariffe, zero acqua

Partiamo dai numeri, che in questo caso sono più eloquenti di qualsiasi commento. Una famiglia tipo agrigentina paga per il servizio idrico circa 200 euro l’anno. Una famiglia tipo ennese ne paga 764. Quasi quattro volte tanto. Enna detiene il primato nazionale del servizio idrico più caro d’Italia: triplo rispetto a Milano, il doppio della media siciliana, più del doppio di Catania.

Il paradosso è tutto qui, scritto in cifre: la provincia siciliana che paga di più per l’acqua è la stessa che nel 2024 ha vissuto la crisi idrica più grave degli ultimi decenni. Sei giorni senza erogazione, otto ore notturne, autobotti in piazza, bollette stracciate davanti alla sede del gestore. Si pagava il servizio più caro d’Italia mentre si aspettava l’autobotte come si aspettava una volta il carretto dell’acquaiolo. Agrigento paga un quarto. Il rubinetto tace lo stesso.

Questo non è un problema di tariffe. È un problema di sistema. Ed è siciliano nel profondo: non importa quanto paghi, non importa da dove arrivi l’acqua — se il sistema è rotto, il risultato non cambia.

Il gestore: nomi diversi, copione identico

Ad Enna opera AcquaEnna S.C.p.A., vigilata dall’ATI Enna. Ad Agrigento c’è AICA Acqua è Vita S.p.A., sotto l’ATI AG9. Sigle diverse, architettura identica. Entrambe dipendono a monte da Siciliacque S.p.A., il grande distributore all’ingrosso che gestisce i principali acquedotti dell’isola.

È Siciliacque il filo che attraversa tutta la Sicilia interna e ne tiene insieme le crisi. Il sindaco di Ravanusa accusa Siciliacque di voler ridurre le forniture ad AICA per debiti pregressi. Ad Enna quella stessa Siciliacque gestisce l’acquedotto Ancipa, dal quale l’intera provincia dipende in modo quasi totale. Quando l’Ancipa cede, non c’è gestore locale che tenga. La regia è unica. Le conseguenze, da Enna a Licata, sono di tutti.

Le dighe: monumenti alla Sicilia che non finisce le cose

La Sicilia sa costruire. Sa anche, con straordinaria costanza, non finire quello che ha cominciato — o smettere di usare quello che funzionava. L’Agrigentino ha la diga di Gibbesi: costruita, collaudata, mai entrata in funzione. Da quarant’anni le paratie restano aperte. Quando piove, invece di conservare la risorsa, la scarica verso valle. In certi anni ha allagato la piana di Licata. È il simbolo perfetto: un’opera pubblica che, anziché dare da bere, toglie.

L’Ennese ha l’invaso Ancipa: funziona, ma è rimasto solo. Prima del 2005 il 75% dell’acqua di Enna veniva da pozzi locali e sorgenti territoriali. Poi quei pozzi sono stati dismessi, uno dopo l’altro, lasciando l’Ancipa come unica fonte. Quando nel 2024 l’invaso si è abbassato per la siccità, non esisteva piano B. La crisi non è arrivata per sfortuna: era scritta nelle scelte di vent’anni prima.

Due storie diverse, stesso vizio di fondo. Agrigento non ha mai aperto quello che aveva. Enna ha smesso di usare quello che funzionava. Il risultato, nei rubinetti, è identico.

La rete: la Sicilia che perde per strada

In tutta l’isola oltre il 51% dell’acqua immessa in rete non arriva a destinazione. Si perde lungo condotte rattoppate, giunzioni che cedono, tubature che hanno più anni dei nonni di chi ci abita. È come versare acqua in un orcio bucato e poi meravigliarsi che il bicchiere sia vuoto.

Nell’Ennese nel 2020 si perdeva il 60%. Tre anni di lavoro, 102 distretti idrici, 814 chilometri di distrettualizzazione ,hanno portato quella cifra al 43-45%. Ancora alta, ma in discesa. E c’è un piano concreto: **57 milioni di euro REACT-EU, 17 lotti, dieci comuni, smart meter, telecontrollo. Tutto appaltato

Nell’Agrigentino l’acquedotto Tre Sorgenti ha ceduto quattro volte in dieci giorni a marzo, tagliando l’acqua a sei comuni per oltre venti giorni. Sono promessi 24 milioni per cinque comuni. Sulla carta. Come la diga di Gibbesi era sulla carta, quarant’anni fa.

Le interruzioni: il calendario dell’assetato

Enna ha toccato il fondo nel 2024: turni ogni sei giorni, otto ore notturne, il Comune con le autobotti parcheggiate in piazza. Dal gennaio 2025 si è scesi a tre giorni. Un miglioramento reale, che marzo 2026 ha già scalfito: una rottura sull’Ancipa Basso ha interrotto l’erogazione per 48 ore in sette comuni. La fragilità non è risolta, è solo momentaneamente silenziosa.

Ad Agrigento quel percorso non è ancora cominciato. Si aspetta l’acqua ogni venti giorni e l’estate non è ancora arrivata. I sindaci hanno smesso di essere diplomatici. In Sicilia, quando i sindaci smettono di essere diplomatici, significa che si è già oltre.

Il conto che arriva sempre

In Sicilia il conto arriva sempre. L’acqua, molto meno. Ad Agrigento AICA ha recapitato a Campobello conguagli da oltre 400 euro per un anno e mezzo senza lettura dei contatori. Chi non ha ricevuto acqua si è trovato a pagare come se l’avesse ricevuta.

Ad Enna il sistema delle partite pregresse ha generato un contenzioso arrivato fino alla Corte di Cassazione. Il Comitato Senz’Acqua ha depositato a gennaio 2026 una class action con centinaia di aderenti. Le riduzioni tariffarie approvate, 5% nel 2025, 7,1% nel 2026, 9,1% nel 2027, partono da un livello talmente alto da lasciare Enna ancora fuori da qualsiasi paragone accettabile.

Il piano d’ambito prevede che il 31% degli investimenti sulla rete venga finanziato attraverso le tariffe degli utenti. In Sicilia si paga per riparare ciò che non funziona. È un principio antico, applicato con grande coerenza.

Il conto finale

La Sicilia idrica ha un problema che non è la siccità, non è la pioggia, non è il cielo. È quello che ci abbiamo costruito sopra o che non abbiamo mai finito di costruire.

Enna e Agrigento ne sono la prova speculare. Una paga quattro volte l’altra. Entrambe aspettano l’acqua. Una ha cominciato, faticosamente, a imboccare una direzione. L’altra deve ancora trovarla, con l’estate alle porte e la diga di Gibbesi che guarda il mare da quarant’anni.

Nel frattempo le taniche si riempiono sui balconi. Da Enna ad Agrigento, da Licata a Barrafranca. Stessa isola, stessa sete, stesso silenzio dai rubinetti.  La primavera è appena cominciata. Se questo è marzo, non si osa immaginare agosto.