L’11 aprile di quest’anno il Presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci, nella qualità di assessore a interim dei Beni Culturali (dopo la tragica scomparsa del compianto Sebastiano Tusa), ha firmato i decreti per l’istituzione dei Parchi Archeologici previsti dalla legge regionale 20 del 2000 e non ancora istituiti. Nel comunicato stampa di allora si leggeva che l’istituzione dei parchi rientrava “fra gli obiettivi prioritari del governo regionale”, nonché una delle missioni più significative del Governo Musumeci”.

“Dopo l’istituzione dei parchi archeologici – dichiara Michele D’Amico, responsabile regionale del Cobas/Codir per le politiche dei Beni culturali – il presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci, nella qualità di assessore a interim dei Beni Culturali ha applicato in modo strettamente letterale l’articolo 22, comma 1 della legge regionale 20/2000 (che stabilisce che è l’assessore, e non il dirigente generale del Dipartimento, come avviene per tutte le altre nomine, a conferire l’incarico di direttore di Parco senza tenere conto di criteri e modalità) ha firmato di proprio pugno le nomine dei dirigenti preposti non senza sollevare un vespaio di polemiche”.

“Le scelte “intuitu personae” (ovvero a discrezione insindacabile del Presidente)  – sottolinea il sindacalista del Cobas/Codir – sono continuate con la nomina dei Commissari in sostituzione dei Comitati tecnico-scientifici dei parchi, disattendendo questa volta la legge 20/2000 la quale non prevede la nomina di Commissari bensì la nomina appunto dei Comitati tecnico-scientifici entro 60 giorni dall’istituzione del parco secondo le modalità riportate nella medesima legge 20/2000”.

“Ci troviamo – dice D’Amico – nella situazione in cui il Presidente della Regione Siciliana sempre nella qualità di assessore a interim dei Beni Culturali, unico caso di reggenza a interim che dura da ben otto mesi, ha nominato tutto quello che c’era da nominare, disattendendo in parte la legge sui parchi voluta quasi 20 anni fa dall’assessore pro-tempore, attribuendosi, in questo modo, la responsabilità e la paternità della gestione di tale scelta”.

“A distanza di sette mesi dall’istituzione dei parchi, abbiamo iniziato un’azione di monitoraggio dei parchi: in particolare abbiamo visitato l’area archeologica di Solunto, zona ellenistica che sorge sul Monte Catalfano assegnata al parco di Himera, Solunto e Monte Iato e abbiamo trovato l’antiquarium in condizioni improponibili al visitatore, chiuso per metà per pericolo di crollo del tetto; mentre l’altra metà è piena di infiltrazioni di umidità. D’estate la temperatura interna raggiunge i 40 gradi e d’inverno si abbassa sotto i 10, senza alcuna climatizzazione. L’esiguo personale di servizio è costretto a lavorare in dubbie condizioni di salubrità e sicurezza nei luoghi di lavoro; non esistono mezzi per spostarsi rapidamente all’interno del parco sia per la tutela dei reperti archeologici sia nel caso in cui dovesse scattare un allarme, anzi sarebbero indirettamente costretti, da un ordine di servizio del direttore del parco, a utilizzare a proprie spese la propria autovettura pur di raggiungere velocemente zone che si trovano all’interno del parco ma molto distanti dall’antiquarium”.

“Una situazione insostenibile determinata dalla mancanza di sufficienti risorse attribuite per la gestione del Parco – conclude D’Amico – che riconducono al fatto che non basta una nomina di direttore per fare funzionare un parco. In questa situazione il personale resta a fare da parafulmine nei confronti dell’utenza che manifesta continuamente il proprio disappunto per una gestione non adeguata alle reali potenzialità del sito archeologico. Quali risorse e che tipo di investimenti un governo è disposto a destinare e a fare – conclude – affinché tutto non si possa ricondurre a una mera operazione di facciata?”