Un enorme spiazzo di terra battuta, circondato da alberi, pieno di buche, che d’inverno diventa fanghiglia, con cumuli di rifiuti sparsi, carcasse di auto, 5 cisterne di metallo per l’acqua, collegamenti alla rete elettrica attraverso cavi che sono a vista sul terreno, una ventina di grandi baracche costruite con tavole di legno, lamiera, materiale edile dismesso, anche a forma di villetta con tanto di patio e piante con fiori appesi alle finestre, e un unico corpo in cemento: la moschea intitolata a un vecchio imam.

Si presenta così, su una superficie di circa 60 mila mq, il campo nomadi sequestrato oggi dal gip di Palermo. I Rom sono in una zona interna al parco della Favorita (il polmone verde di Palermo), su viale del Fante. Da un lato, a poca distanza c’è l’area che oltre venti anni fa era occupata dai nomadi e che ora è un giardino rigoglioso frequentato da migliaia di persone, dall’altro c’è Villa Niscemi, sede di rappresentanza del Comune, e la palazzina cinese.

Il capo della comunità è Sali Dajiram, 60 anni, da 40 a Palermo. ”Questo non è un campo di criminali – dice – non ci sono le cose che si vedono negli altri campi come a Roma. I nostri bambini vanno tutti a scuola. Noi rispettiamo le leggi. Siamo integrati perfettamente. Abbiamo un accordo col sindaco Orlando: dobbiamo lasciare il campo alla fine dell’anno prossimo. Cercheranno di darci un alloggio”.

Nel campo vivono tre comunità di nomadi: montenegrini, ortodossi e musulmani. Una ventina di famiglie, circa duecento persone risiedono lì – alcuni degli abitanti dicono ce ne siano solo una decina con un centinaio di persone – ormai da oltre 30 anni. L’area non è stata recintata col nastro di plastica che normalmente si utilizza per i sequestri e i Rom dicono che stamattina non è venuto nessuno a fare comunicazioni ma hanno appreso la notizia del sequestro dai giornalisti. Il piano del Comune vuole che i nomadi sgomberino il campo il 31 dicembre 2019.

L’ultima riunione tra i rappresentanti dei Rom e il Comune è avvenuta il 29 giugno scorso. Il progetto, col Pon Pa3.2.1a, prevede percorsi di accompagnamento alla casa e di integrazione. I Rom però dicono che nel campo stanno bene nonostante l’acqua portata con le autobotti non sia potabile e quando le auto passano sul terreno del campo si sollevi la polvere. Nello spiazzo ci sono resti di rifiuti bruciati e attorno ai cassonetti, che sono stracolmi, vi è un tappeto d’immondizia.(ANSA).