Si è svolta davanti al tribunale del Riesame di Palermo l’udienza fissata per decidere sulla richiesta di scarcerazione di Alfonso Tumbarello, medico di Campobello di Mazara che ha avuto in cura per due anni il boss mafioso Matteo Messina Denaro durante la latitanza, e Andrea Bonafede, cugino e omonimo del geometra che ha prestato l’identità al capomafia. La Procura, rappresentata dai pm Piero Padova e Gianluca De Leo, ha chiesto il rigetto dell’istanza difensiva e ha depositato nuove carte a carico dei due indagati.

La posizione di Bonafede e Tumbarello

Secondo i pm, Bonafede si sarebbe occupato di ritirare le prescrizioni di farmaci ed esami clinici fatte da Tumbarello a
nome del cugino, di consegnare al medico la documentazione sanitaria che di volta in volta il boss riceveva durante le
cure, contribuendo così a mantenere segreta la reale identità del paziente e consentendogli di proseguire la latitanza.

Tumbarello, invece, avrebbe assicurato a Messina Denaro l’accesso alle cure del Servizio Sanitario Nazionale attraverso un percorso terapeutico durato oltre due anni, con più di un centinaio di prescrizioni sanitarie e di analisi (o richieste di
ricovero) intestate falsamente al geometra Andrea Bonafede, mentre in realtà a beneficiarne era il capomafia, assistito personalmente e curato dal dottore.

Tumbarello avrebbe così garantito al padrino non solo le prestazioni necessarie per le gravi patologie di cui soffriva,
ma anche la riservatezza sulla sua reale identità. I legali dei due indagati, accusati rispettivamente di concorso esterno in
associazione mafiosa e falso ideologico e favoreggiamento e procurata inosservanza della pena aggravati, hanno ribadito che Bonafede e Tamburello non erano a conoscenza della vera identità del paziente. Il tribunale si è riservato di decidere.

In migliaia per dire no all’illegalità

Una giornata indimenticabile per tutti coloro che oggi, 24 febbraio, hanno partecipato alla marcia antimafia e contro la droga organizzata dal Centro studi Pio La Torre a 40 anni da quella storica marcia antimafia che il 26 febbraio 1983 ha portato in corteo, a braccetto, da Bagheria a Casteldaccia, chiese locali, movimento sindacale, operai, movimenti studenteschi e amministrazioni comunali della provincia e oltre.

Oggi quel corteo si è ripetuto, e a migliaia hanno partecipato, con una rappresentanza vasta di studenti di tutte le scuole di Bagheria e del circondario accompagnati dai loro insegnanti, dirigenti scolastici e da alcuni genitori. Un modo per dire No alla mafia, no alla droga e no a tutto quanto è illegalità.

Tantissime le istituzioni presenti, i Comuni, la Città metropolitana, la Commissione regionale antimafia con il presidente Antonello Cracolici ed i componenti Ismaele Lavardera vice pressidente e Roberta Schillaci segretario, l’arcivescovo di Palermo, monsignor Corrado Lorefice, numerosissimi i sindaci della zona, oltre ai sindaci di Bagheria Filippo Maria Tripoli accompagnato da tutta la Giunta e dal presidente del Consiglio comunale Michele Sciortino e numerosi consiglieri, il sindaco di Casteldaccia Giovanni Di Giacinto e anche i primi cittadini dei Comuni di Castelvetrano e Campobello di Mazara terre che sono state condizionate dalla presenza e origine del boss Matteo Messina Denaro recentemente assicurato alla giustizia. Tra i partecipanti anche don Cosimo Scordato e don Francesco Stabile che 40 anni fa erano presenti alla storica marcia, numerosi dirigenti scolastici, associazioni e sindacati.

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