È marzo, non ferragosto. Gli invasi segnano livelli che non si vedevano da anni, le piogge di questo inverno sono state generose e per una volta la Sicilia non può lamentarsi del cielo. Eppure a Licata, a Ravanusa, a Campobello di Licata, a Canicattì, migliaia di famiglie aprono il rubinetto e trovano il niente. Non è una novità. È la solita storia. Ed è marzo, non agosto.
Questa terra conosce la sete d’estate come conosce il sole: ci ha fatto i calli. Ma la sete di marzo, con le dighe piene, è un’altra cosa. È la prova che il problema non è mai stato il cielo, è sempre stata la terra. Anzi: quello che ci abbiamo costruito sopra, o che non abbiamo mai finito di costruire.
Il paradosso: dighe piene, rubinetti a secco
La diga di Gibbesi è lì da quarant’anni. Costruita, collaudata, mai entrata in funzione. Le paratie restano aperte e quando piove forte, invece di conservare l’acqua per i mesi asciutti, la scarica verso valle. In certi anni ha allagato la piana di Licata. Un’opera pubblica che, anziché dare da bere, toglie. Se cercate il simbolo perfetto del sistema idrico siciliano, non andate lontano: è lì, in cemento armato, a pochi chilometri dalla città più assetata della provincia.
Il resto lo fa la rete. La dispersione idrica in Sicilia supera il 51,6% dell’acqua immessa: più della metà di quello che viene pompato non arriva a nessun rubinetto. Si perde lungo condotte che in certi tratti hanno più anni dei nonni di chi ci abita, rattoppate e rirattoppate, con giunzioni che cedono alla prima variazione di pressione. Siciliacque manda l’acqua e metà sparisce prima di arrivare a destinazione. È come versare vino in un orcio bucato e poi meravigliarsi che il bicchiere sia vuoto.
La rete colabrodo e le famiglie che aspettano
L’acquedotto Tre Sorgenti dovrebbe essere la spina dorsale dell’approvvigionamento per mezza provincia. A marzo ha ceduto di nuovo: quattro guasti in dieci giorni sulla condotta, in contrada Muxarello ad Aragona, hanno tagliato la fornitura a sei comuni, Campobello di Licata, Castrofilippo, Grotte, Naro, Racalmuto e Ravanusa, per parecchi giorni. Non è stata una sorpresa per nessuno. È la stessa storia che si ripete da anni, con gli stessi guasti negli stessi punti, le stesse telefonate agli stessi uffici, le stesse risposte che non arrivano.
A Licata c’è chi aspetta l’acqua ogni dieci, dodici giorni con un marito allettato in casa e taniche sul balcone come unica riserva. A Ravanusa una famiglia con tre figli piccoli e una nonna ottantaduenne ha passato venti giorni senza poter aprire un rubinetto, comprando acqua in bottiglia per cucinare, lavarsi, disinfettare. Sono siciliani: si sono arrangiati. Ma fino a quando si può continuare ad arrangiarsi?
L’autobotte come soluzione e come rischio
Quando l’acqua non arriva dai tubi, arriva su gomma. Le autobotti sono diventate una risposta ordinaria, il comune le manda, i privati le noleggiano, le famiglie le aspettano come si aspettava una volta il carretto dell’acquaiolo. Ma un mercato improvvisato, informale, senza controlli sistematici, in una terra dove l’emergenza dura da decenni, non rimane pulito a lungo.
L’episodio più grave si è consumato a Licata. I militari della Sezione Operativa hanno sorpreso un uomo di 63 anni, dipendente di una ditta locale, mentre riforniva un’abitazione privata con acqua prelevata dal punto di approvvigionamento comunale “Pozzo Vitali”. In un contesto di emergenza cronica, qualcuno potrebbe quasi capirlo. Salvo un dettaglio che cambia tutto.
Il personale specializzato dell’ASP di Agrigento ha analizzato i campioni prelevati dall’autobotte: massiccia presenza di batteri coliformi e concentrazioni di nitrati ben oltre i limiti di legge. Quell’acqua, spacciata come potabile, era un potenziale veicolo di malattie. L’uomo è stato deferito alla Procura della Repubblica con l’accusa di vendita di sostanze alimentari non genuine come genuine. Un reato alimentare. In una provincia dove l’acqua è diventata merce, è quasi consequenziale che qualcuno abbia cominciato ad adulterarla.
Non è un caso isolato nel vuoto: è il prodotto diretto di un sistema che lascia le famiglie senz’acqua per settimane senza garantire alternative sicure. Quando lo Stato lascia un vuoto, qualcuno lo riempie. E in Sicilia si sa come va, quando i vuoti restano aperti troppo a lungo.
Chi non aspetta il turno: gli allacci abusivi
C’è poi chi il problema se lo risolve da solo, alla maniera più antica: prendendosi quello che non gli arriva. Un’operazione congiunta tra carabinieri, tecnici comunali e personale delle aziende erogatrici ha portato alla denuncia di 33 persone a Licata, residenti nei complessi di edilizia popolare di via Torregrossa e via La Marmora. Le accuse coprono un catalogo ampio: furto aggravato di acqua e corrente elettrica, abusivismo edilizio, occupazione arbitraria di appartamenti altrui.
Negli stabili sono saltati fuori allacci diretti alla rete idrica, muri tirati su senza permesso, spesso per ricavarsi garage negli spazi comuni, e alloggi occupati senza titolo da anni. Un sistema parallelo costruito mattone su mattone nell’indifferenza generale, alimentato non solo dalla furbizia ma da qualcosa che in Sicilia si conosce bene: la certezza che nessuno verrà mai a guardare. Non è cinismo, è esperienza accumulata. E quando lo Stato non porta l’acqua, la gente se la va a cercare. Con tutto quello che ne consegue.
L’allarme dei sindaci: “Situazione inaccettabile”
I sindaci questa volta non hanno usato il linguaggio istituzionale dell’attesa e della speranza. Il sindaco di Ravanusa, Salvatore Pitrola, è stato netto: “Turni che sfiorano i venti giorni sono inaccettabili.” E ha indicato i responsabili senza giri di parole, non solo AICA, il gestore locale, ma anche Siciliacque, che minaccia di ridurre le forniture per i debiti pregressi. Un debito, precisa Pitrola, che “non riguarda i miei concittadini”: il comune paga le sue bollette e non intende essere ostaggio di una partita contabile che si gioca altrove.
E c’è un’ultima beffa, quella delle bollette. A Campobello, AICA ha recapitato conguagli che in certi casi superano i 400 euro, riferiti a un anno e mezzo o due anni.
I debiti verso Siciliacque: la crisi nella crisi
Dietro ogni rubinetto a secco c’è anche una partita di numeri che si gioca lontano dai quartieri popolari e dalle taniche sul balcone. AICA ha accumulato nel tempo un debito strutturale nei confronti di Siciliacque. Non sono spiccioli: è una cifra che periodicamente diventa leva di pressione. Se AICA non paga, Siciliacque riduce o taglia le forniture a monte. E quando l’acqua si riduce a monte, a valle i serbatoi si svuotano, i turni si allungano e la gente aspetta ancora.
La Regione ha provato a mettere una pezza: la Commissione Bilancio dell’ARS ha approvato 10 milioni nel 2026 e altri 10 nel 2027 per ripianare i debiti di AICA verso Siciliacque, da restituire in dieci anni. Sono previsti circa 24 milioni per ammodernare le reti di Ravanusa, Campobello di Licata, Grotte, Racalmuto e Canicattì. E c’è il grande piano dei dissalatori: 290 milioni per cinque nuovi impianti in tutta la Sicilia.
Sulla carta, non mancano né i soldi né i progetti. Manca quello che in Sicilia manca da sempre: la capacità di trasformare i piani in cantieri, i cantieri in opere, le opere in acqua che scorre. La diga di Gibbesi insegna questa lezione da quarant’anni e ancora non sembra che qualcuno l’abbia imparata davvero. Nel frattempo le taniche si riempiono sul balcone. La primavera è appena cominciata. L’estate è ancora lontana. Se questo è marzo, non si osa immaginare agosto.






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