Un micro telefono cellulare è stato scoperto dalla polizia penitenziaria di Agrigento in una cella del reparto ‘alta sicurezza’ della casa circondariale ‘Pasquale Di Lorenzo’.

Il telefonino, completo di sim card e di carica batterie, era stato nascosto da un detenuto in carcere per mafia.
La scoperta è stata fatta durante una perquisizione della cella. Le indagini della penitenziaria sono, adesso,
indirizzate a ricostruire i contatti telefonici del detenuto e su come il cellulare sia arrivato all’interno del carcere.

Ma non si tratta dell’unico caso del genere avvenuto nelle ultime ore in Sicilia.

Ieri gli agenti della Polizia penitenziaria del carcere di Augusta hanno rinvenuto cellulari e droga che sarebbero stati nella disponibilità dei detenuti. Ne ha dato notizia la segretaria provinciale del Sappe, un sindacato di categoria, per cui il blitz, da parte del comandante e del vicecomandante del carcere, Dario Maugeri e Guido Maiorana, è scattato nella tarda mattinata di ieri. Tutto quanto è stato posto sotto sequestro mentre la Procura di Siracusa ha aperto un’inchiesta per verificare in che modo la droga ed i cellulari sono entrati nel penitenziario.

“I reati contestati riguardano la detenzione di stupefacenti, il reato di detenzione cellulari in carcere, punito dalla legge con 1 o 4 anni di reclusione. La grave carenza organica del Penitenziario di Augusta – ha spiegato Salvatore Gagliani, segretario provinciale del Sappe – viene colmata dalla grande professionalità degli uomini e delle donne della Polizia Penitenziaria agli ordini dei due dirigenti di che hanno coordinato brillantemente questa operazione di polizia che ha portato frutti, assicurando alla legge la punibilità dei reclusi che continuano a commettere reati anche nelle condizioni di detenzione”.

Di recente, i giudici della Corte di Appello di Catania hanno condannato a 4 anni ed 8 mesi Paolo Zagarella, 55 anni, avolese, agente di polizia penitenziaria in servizio al carcere di Siracusa, accusato di aver passato informazioni ai detenuti del penitenziario. Una sentenza più “leggera” rispetto a quella in primo grado, infatti l’imputato rimediò 7 anni e 4 mesi di reclusione ma con l’aggravante di aver agevolato esponenti mafiosi. E’ caduta questa circostanza, secondo quanto riferisce il difensore dell’agente di Polizia penitenziaria. “Le condotte poste in essere dallo Zagarella Paolo non hanno agevolato e/o favorito nessuna associazione malavitosa, le stesse sono state poste in essere in modo ingenuo e prive di quella coscienza e volontà a delinquere” ha spiegato l’avvocato Antonino Campisi.