A Messina le persone iniziano, o si aspettano di iniziare, a sentirsi “vecchie” a 41,5 anni, mentre ritengono che la società consideri una persona tale soltanto a partire dai 58,7 anni. Tra le due soglie corrono 17,2 anni, il terzo divario più ampio tra tutte le città analizzate da uno studio di Unobravo sul rapporto degli italiani con l’invecchiamento, condotto su 1.670 adulti tra aprile e maggio 2026.

Il dato messinese colpisce soprattutto nel confronto con la media nazionale: in Italia la soglia in cui si inizia a sentirsi vecchi è di 50,4 anni, quasi nove anni più in là rispetto a quella registrata in città.

Quando ci si sente “vecchi” in Italia

A livello nazionale lo studio fotografa due percezioni distinte e lontane tra loro. Gli italiani collocano a circa 60 anni l’età in cui, a loro avviso, la società inizia a considerare una persona avanti con gli anni, mentre dichiarano di aver iniziato, o di aspettarsi di iniziare, a sentirsi tali già intorno ai 50 anni. Una distanza di circa dieci anni tra lo sguardo sociale e quello personale.

Ci sono differenze anche tra uomini e donne. Entrambi collocano la soglia sociale attorno ai 60 anni, ma le donne riferiscono di iniziare a sentirsi avanti con l’età a 48 anni, contro i 53 indicati dagli uomini. Più netto il dato della Gen Z, che abbassa questa soglia personale a una media di 37 anni.

Le differenze tra generazioni

Osservando le generazioni, la distanza tra percezione sociale e percezione personale cambia sensibilmente:

  • Gen Z: 52 anni (società) contro 37 (personale);
  • Millennials: 58 contro 43;
  • Gen X: 61 contro 52;
  • Baby Boomers: 64 contro 61.

Tra i più giovani lo scarto raggiunge circa 15 anni, mentre tra i Baby Boomers le due soglie quasi coincidono. Lo studio precisa che si tratta di differenze nelle risposte del campione, senza che i dati raccolti permettano di stabilire quali fattori le determinino.

Le paure legate all’invecchiamento

Alla domanda su quali aspetti dell’invecchiamento preoccupino di più, le risposte si distribuiscono così:

  • Salute fisica o mobilità: 50%
  • Salute cognitiva, memoria o concentrazione: 35%
  • Cambiamenti nell’aspetto fisico: 29%
  • Perdita dell’indipendenza: 28%
  • Solitudine o isolamento sociale: 19%
  • Sicurezza economica: 16%
  • Sentirsi meno rilevanti o valorizzati: 10%
  • Diventare un peso per la propria famiglia: 9%
  • Opportunità lavorative o di carriera: 8%
  • Sentirsi lasciati indietro in un mondo digitale: 7%
  • Nessuna particolare preoccupazione: 6%

Il peso delle singole paure cambia con l’età. La salute fisica passa dal 35% tra i 18-24enni al 58% tra gli over 65, mentre la perdita dell’indipendenza sale dal 28% al 35%. Alcune preoccupazioni seguono invece la direzione opposta: il timore di sentirsi meno rilevanti riguarda il 16,8% della Gen Z contro il 7,1% dei Baby Boomers, e quello di restare indietro in un mondo digitale il 15,4% della Gen Z contro il 5,4% dei più anziani.

Come cambiano priorità e comportamenti

Lo studio ha esplorato anche come l’età influisca su scelte e abitudini. Il 26% afferma di prestare maggiore attenzione alla salute fisica e una quota analoga (26%) di essere diventata più riflessiva sulle proprie scelte. Il 19% si dichiara più cauto nelle decisioni e una percentuale simile si concentra di più sul benessere mentale. Accanto a questi aspetti, il 17% si dice preoccupato o incerto rispetto al futuro e il 15% meno propenso a provare nuove esperienze.

A commentare è Corena Pezzella, Clinical Manager di Unobravo. “Con il passare degli anni, può cambiare il modo in cui le persone distribuiscono il tempo, le energie e l’attenzione tra i diversi aspetti della propria vita. Prestare maggiore attenzione alla salute, riflettere di più sulle proprie scelte o mostrarsi più cauti nelle decisioni non sono necessariamente segnali negativi legati all’invecchiamento. Possono riflettere priorità ed esigenze diverse, che si modificano nel corso della vita anche sulla base delle esperienze vissute e del contesto personale”.

Pressione sociale e aspetto fisico

Sul fronte delle aspettative sociali, più della metà degli intervistati (55,5%) ritiene che l’invecchiamento venga visto negativamente dalla società, mentre il 39,1% riferisce di sentire la pressione di mantenere un aspetto giovane. Questa pressione è segnalata dal 42,2% delle donne contro il 37,4% degli uomini, ma la differenza più marcata riguarda l’età: tra i 18 e i 24 anni la riferisce il 62,5%, percentuale che scende progressivamente fino a circa il 29% tra gli over 65.

Le aspettative legate all’età toccano anche altri ambiti: il 20,9% teme il modo in cui verrà percepito con il passare degli anni e il 16,4% si sente giudicato in base all’età. Il 26,1% si dichiara d’accordo con l’affermazione di aver perso un’opportunità lavorativa o una promozione a causa dell’età: un dato che, avverte lo studio, riflette una percezione soggettiva degli intervistati e non un evento verificato in modo indipendente.

Ma invecchiare può portare anche sicurezza e resilienza

Lo studio registra anche aspetti vissuti in positivo. Il 51,5% racconta di sentirsi più a proprio agio con sé stesso con l’avanzare dell’età e il 52,2% riferisce una maggiore resilienza emotiva. Inoltre, il 61,1% afferma di non associare necessariamente l’invecchiamento al “sentirsi vecchi”. Due esperienze che, osserva la ricerca, possono convivere: una persona può percepire la pressione sociale legata alla giovinezza e, allo stesso tempo, sentirsi più sicura di sé con il passare degli anni.