Il colpo di scena – dicono i commentatori quelli bravi – sono le dichiarazioni fuori dall’emiciclo del Senato del segretario del Pd, Nicola Zingaretti.

Che ha apprezzato certamente il discorso del presidente dimissionario del Consiglio, Giuseppe Conte sottolineando tuttavia che dalle sue parole viene fuori “il rischio di un’autoassoluzione”. Per questo “qualsiasi nuova fase politica non può non partire dal riconoscimento di questi limiti strutturali di quanto avvenuto in questi mesi”.

Altrimenti, è il sottotitolo, di intavolare una discussione su un governo futuribile non se ne fa nulla. Gli fanno eco, ma al contrario, le dichiarazioni del capogruppo del Pd a Palazzo Madama: “Sì a un confronto con i cinquestelle, poi vedremo se ci saranno le condizioni per dare vita a un governo”. Andrea Marcucci, il capogruppo, per ristabilire i confini geografici del Partito democratico, è un esponente di spicco dell’area renziana dei Dem.

E già questo basterebbe a capire il clima da reparto di neuropsichiatria che si respira nei corridoi della Camera Alta del Parlamento italiano. Ma per spiegarlo meglio, basta leggere il tweet di Carlo Calenda che ha spiegato chiaro e tondo che nelle sfumature delle dichiarazioni Dem sta tutta la spaccatura (guarda un po’) del Pd: “Direi che ha direzione del Pd di domani è inutile. Renzi e Marcucci hanno già dato in aula la linea del partito: apertura ai 5S. Il Pd come partito unitario che assume le decisioni negli organi non esiste già più”.

Se ci fosse bisogno di avere conferme che “la situazione politica in Italia è grave ma non è seria” per dirla con Ennio Flaiano, bastava assistere davanti alla Tv alla formazione dei banchi del governo. Già almeno un quarto d’ora prima dello scoccare delle tante attese ore 15, ministri e sottosegretari del Movimento 5 Stelle avevano occupato tutti i banchi del governo davanti all’emiciclo lasciando a terga scoperte i “colleghi” leghisti.

Situazione che il ministro Matteo Salvini ha sbloccato con una scelta d’imperio. E’ andato a sedersi accanto alla poltrona del premier affiancandolo alla sua destra (alla sinistra il suo parigrado, Luigi Di Maio) e schierando dietro di sé tutta la platea dei suoi colleghi di governo leghisti. Ma più di tutti ha fatto il primo ministro: con un aplomb ineccepibile, Giuseppe Conte è entrato in aula, ha sfilato davanti a chi lo ho sfiduciato porgendo a tutti la mano e un sorriso convinto.

Con grande stile.

Il suo discorso è stato un affondo dietro l’altro: gliele ha cantate, commentava la signora Pina mentre finiva di asciugare i piatti. E gliele ha cantate davvero. Tanto che in più di un’occasione l’imbarazzante presenza del vicepremier-traditore, proprio accanto a lui, si è trasformata nell’altrettanto imbarazzante controfigura di quel Silvio Berlusconi che, uscendo dalle consultazioni al Quirinale, quando si trattava per la formazione del governo giallo-verde, faceva il controcanto proprio a Matteo Salvini. Che tristezza.

Com’è stato triste, tristissimo, vuoto di contenuti ma denso di provocazioni populiste (“Sono un uomo libero che non ha paura del giudizio degli italiani”… “Non rispondo alla Merkel o a Macron” ma non molto di più), il discorso che doveva servire al ministro degli Interni per lanciare la sua candidatura e soprattutto a rispondere a Conte. Ma fra le righe del suo discorso, Matteo Salvini non ha potuto non ammettere la sua personale sconfitta. Anche se tanti suoi fans non saranno disposti ad accettarla come tale: pronto, prontissimo ad andare al voto, ma se volete andare al taglio dei parlamentari, ci sono, se volete approvare una finanziaria seria, ci sono. Se non è una retromarcia su Roma questa…

Renzi, l’altro Matteo, ha interpretato il ruolo del padre nobile: mi fate tutti schifo ma viene prima l’interesse del paese. Sintesi estremamente rude.

Ora che succederà? Non lo stabiliranno certo gli interventi in aula dei senatori della possibile maggioranza allargata e spostata a “sinistra” che dovrebbe dare il via ad un’altra stranissima alleanza.

Fra poche ore sarà il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a tirare le fila. A riconoscere al presidente Conte l’onore delle armi e chiedergli quanto la seconda parte del suo discorso non fosse l’enunciazione di un nuovo programma di governo. Certo Mattarella ha il dovere istituzionale (a proposito di cultura costituzionale, fra i rimproveri di Conte a Salvini) di verificare la presenza di una nuova maggioranza in aula. E certamente avrà anche un altro interesse: capire quanto sia credibile e affidabile la disponibilità di Matteo Renzi.

Perché se è vero che per il bene del paese, Renzi si mette a disposizione, è anche vero che l’imprevedibile senatore di Scandicci è un pazzerello. E come dà la fiducia, la può anche togliere, gestendo di fatto la maggioranza dei parlamentari al Senato e alla Camera. Già altre volte, Renzi ha fatto inalberare il presidente Mattarella. Ad esempio quando, subito dopo il risultato del referendum del 4 dicembre del 2016 si dimise a favore di telecamere senza avere il garbo istituzionale di andare a riferire al Colle. Prima di tutto, come avrebbe dovuto. Ma è solo uno dei casi.

Si fiderà Mattarella della corrente renziana? Oppure dovrà accettare la “buona volontà” – ovvero la retromarcia – di Salvini? Certo non aspetterà 89 giorni come ha dovuto fare dopo il risultato delle elezioni di marzo dello scorso anno. Anche perché, c’è da giurarci, Mattarella avrà già pronta nel cassetto la composizione di un nuovo governo istituzionale che transiti questa legislatura fino alle elezioni.

Si attendono sviluppi e magari altre dichiarazioni. Come ad esempio, quelle dell’ex premier Romano Prodi, sorprendentemente attivo in queste ore.