Paolo Borsellino era convinto che per contrastare la mafia l’azione giudiziaria non era sufficiente: occorrevano interventi di prevenzione volti a creare e a diffondere la cultura della legalità.

Un ruolo importantissimo, secondo l’indimenticato e indimenticabile magistrato, doveva recitarlo la scuola, dove però le ore dedicate all’educazione civica erano, e rimangono, assai poche. Pertanto lui stesso si faceva carico di incontrare le scolaresche e non declinava mai gli inviti che gli pervenivano da tanti istituti, non solo siciliani.

“Cosa nostra spiegata ai ragazzi”, edito di recente da PaperFirst con una interessante e in certi punti toccante prefazione del fratello Salvatore, dà testimonianza dell’impegno offerto dal giudice Borsellino agli studenti.

In “Cosa nostra spiegata ai ragazzi” è riportata una lezione tenuta da Borsellino agli studenti liceali di Bassano del Grappa. In questa lezione, Borsellino si rivolge ai giovani spiegando con un linguaggio quanto più piano e chiaro che cos’è la mafia, a quali fenomeni sociali si ricollega, come si manifesta ed è organizzata.

Spiega anche perché Cosa nostra si è diffusa nel Settentrione: la mafia trova terreno fertile dove girano i soldi, è lì che s’insinua subdolamente per lucrare sugli affari, arricchirsi con metodi illeciti. Borsellino mette in luce il rapporto tra il traffico degli stupefacenti e Cosa nostra, evidenziando come il commercio della droga sia diventato uno dei campi prediletti dalla mafia, chiarisce quali sono i compiti e i limiti della magistratura, sin dove può arrivare un’indagine giudiziaria, in che cosa si differenzia un’istruttoria per mafia da una comune, sottolinea l’importanza dell’azione coordinata dei magistrati inquirenti, manifesta le ragioni che condussero a creare il pool antimafia.

Sono tanti i temi che il giudice, allora capo della Procura di Marsala, affronta con i ragazzi, senza però dilungarsi rischiando di annoiare la giovane platea e senza mai addentrarsi su questioni meramente tecniche difficili da far comprendere.

Che la lezione di legalità di Borsellino – una delle tante che tenne – abbia destato il vivo interesse dei ragazzi è dimostrato dalle tante domande formulategli a sua conclusione. Sul carcere e sulla sua funzione educativa, sulla legge Rognoni-La Torre, sui metodi che un giudice segue nei reati di mafia e in quelli comuni, sul pool antimafia, sui rapporti tra il potere politico e la mafia, sul ruolo dei pentiti, sul legame tra la mafia e il terrorismo, sugli effetti sul contrasto alla mafia di una ipotetica legalizzazione degli stupefacenti.

Domande impegnative, se vogliamo scomode per un uomo, come Borsellino, che, pur consapevole delle colpevoli manchevolezze delle istituzioni, alle istituzioni rimaneva fortemente legato. Vale la pena leggerle – e leggerle attentamente –,le risposte di Borsellino.

Il giudice che ha sacrificato la sua vita per un ideale a cui fermamente credeva e la cui immagine, insieme a quella del suo amico Falcone, rimane indelebile nelle nostre memorie, non è mai evasivo in queste risposte, è sempre sincero e diretto, e tuttavia non lascia mai trapelare pessimismo e rancori ben sapendo che a lui spetta trasferire alle nuove generazioni il suo coraggio e la sua determinazione.