Cosa unisce un Vescovo e un Prefetto, nell’esercizio dei propri compiti? Può sembrare che ciascuno abbia precise responsabilità, ma in ambiti diversi e distanti. Ed invece sempre più la società complessa nella quale viviamo richiede loro un comune impegno per la edificazione del “bene comune”.

Un nuovo e importante fronte di collaborazione è quello della corruzione, virus implacabile e sempre più diffuso, in ogni ambito della società, contro cui nessun antidoto sembra essere efficace.

Da questa comune esperienza è nato il libro ‘Dialogo sulla corruzione. Giustizia e legalità, impegno per il bene comune’, Editoriale Scientifica, in cui si confrontano due personalità da tempo impegnate su questo fronte: Claudio Sammartino, prefetto di Catania, e Michele Pennisi, arcivescovo di Monreale.

Il libro sarà presentato venerdì 31 gennaio alle ore 16 nel palazzo Arcivescovile di Monreale. Interverranno, insieme agli autori, Don Luigi Ciotti, presidente dell’Associazione Libera, Carlo Mosca, consigliere di Stato e già prefetto e Giuseppe Pignatone, presidente del tribunale dello Stato della Città del Vaticano. Modererà Felice Cavallaro, giornalista del Corriere della Sera.

Il dialogo fra i due è stato raccolto dal giornalista Giuseppe Di Fazio, che non ha lesinato domande chiedendo sempre di accompagnarle col racconto di vicende personali di cui sono stati testimoni o protagonisti. E nessuno dei due si è sottratto.

Il libro è poi impreziosito da due contributi, speculari tra loro, in cui ciascun autore enumera, spiega e commenta: il prefetto, la legislazione più recente che sta a fondamento e sostegno della lotta alla corruzione che tutti gli ambiti della società civile devono condurre; il vescovo, le prese di posizione, i contributi che sono stati prodotti dalla Chiesa italiana, con particolare riferimento alla Chiesa siciliana.

L’agile volumetto racchiude in tal modo il riferimento a tanti strumenti utili a tutti per conoscere l’importanza e il valore di questa lotta e altresì la testimonianza di due autorevoli personaggi che, pur lontano dai riflettori, hanno dato un significativo contributo personale che può essere utile a chiunque.

Un dato emerge con evidente chiarezza: questa battaglia può essere vinta solo con il concorso di tutte le forze e le energie disponibili in campo. Sammartino e Pennisi, pur partendo da strade diverse, convergono nell’ammettere l’inadeguatezza di un approccio meramente sanzionatorio, che si limiti all’inasprimento delle pene o al ricorso a iniziative straordinarie. Il prefetto da parte sua denuncia “un vizio antico, quello di fare ricorso, per realizzare un obiettivo, a una iperregolamentazione che provoca inflazione normativa e con essa non trasparenza ma confusione e opacità”.

Il vescovo evidenzia per sua parte che la radice profonda della corruzione si trova nel cuore umano, aggiungendo come i vescovi italiani ricordano che “il senso della legalità non è un valore che s’improvvisa. Esso esige un lungo e costante processo educativo”. Occorre, a giudizio di Pennisi, una mobilitazione delle coscienze in grado di favorire un cambiamento della mentalità a cui deve fare seguito il cambiamento dei comportamenti concreti.

Incalzato poi dalle domande di Di Fazio aggiunge: “Perché se manca la consapevolezza che la corruzione è un male, se manca una coscienza morale, il cittadino in prima istanza cerca di farla franca; poi, se viene scoperto, allora paga. Dobbiamo prendere atto che la corruzione non sempre è avvertita come una ferita nella coscienza morale della nostra gente. Papa Francesco dice che la corruzione, a differenza del peccato, non viene percepita come un male e, perciò, si continua tranquillamente a praticarla”.

Non manca nel libro una disamina delle varie sfaccettature in cui si manifesta il fenomeno della corruzione.

Sammartino mette in campo la sua esperienza e dice: “La corruzione, è vero, ha assunto molteplici forme, aspetti degenerativi sofisticati e, talvolta, sfuggenti. Ed è altrettanto palese che non può essere ridotta solo al comportamento che assume rilevanza penale. Nella mia esperienza in varie Sedi, ho rilevato ulteriori manifestazioni oltremodo pericolose ed inquinanti, difficili da decifrare che, peraltro, creano un brodo di coltura grazie al quale è più agevole far attecchire l’illecito e, talora, le mafie. (…) Corruzione è, altresì, cecità e far finta di non vedere… Corruzione è anche l’indifferenza del pubblico impiegato, paludata talora da atteggiamenti formalistici, di fronte alle necessità dei cittadini. In tal modo, come ho già detto, si abdica al fondamentale compito di servizio alle persone e si deteriora il rapporto fra utente e pubblica amministrazione ingenerando una spirale di sfiducia nei confronti delle istituzioni difficilmente recuperabile”.

Sollecitato dall’intervistatore Pennisi aggiunge la narrazione di avvenimenti di cui è stato diretto testimone. “Vengono da me talora persone che chiedono di essere raccomandate. E quando io dico che non mi posso prestare a questa pratica, la persona risponde: ‘Ma io voglio essere raccomandato solo per essere trattato in modo uguale agli altri; perché se non ottengo la raccomandazione non sarà così’. Oppure, un datore di lavoro dice: ‘Se non pago la tangente, non ottengo l’appalto e devo licenziare i miei operai’. Ed è un cane che si morde la coda. La stessa cosa accade per il pizzo. Ci sono persone che mi raccontano: ‘Io continuo a pagare, altrimenti non posso lavorare, perché non c’è chi mi garantisca l’incolumità’. Durante la visita pastorale in Diocesi di Monreale, in un piccolo Comune è venuta a parlarmi una persona che, arrivata con l’acqua alla gola, si è ribellata al pizzo e all’usura. Alla mia domanda sul perché non si fosse ribellata prima, mi ha risposto: ‘Chi mi garantiva? Io, comunque, riuscivo a portare avanti la mia attività; poi non ce l’ho fatta più e ho deciso di denunciare’. Quella stessa persona mi diceva, però, che in paese, dopo la sua ribellione al pizzo, tutti la guardavano male: c’è un’assuefazione. Si pensa che nella misura in cui certe pratiche di comportamento entrano a far parte della consuetudine, esse sono permesse”.

A questo punto è inevitabile affrontare il rapporto tra corruzione e mafia.
Dice Sammartino: “I due fenomeni non sono la stessa cosa. Ci può essere corruzione senza mafia, anche se la corruzione può costituire il brodo di coltura grazie al quale manifestazioni cancerose come le mafie allignano con più facilità, al Sud come al Nord. (…) Dobbiamo superare una sorta di negazionismo della corruzione. E lo si può fare con un ulteriore salto di qualità della coscienza sociale”.

Cita a tal proposito l’ex Procuratore della Repubblica di Roma, Pignatone quando afferma che bisogna superare la convinzione che un po’ di corruzione giovi, in fondo, al funzionamento del sistema. “Da qui – prosegue – le pratiche della raccomandazione, corruttive, che vengono presentate come un ripristino della par condicio rispetto ad altri soggetti. Queste riflessioni mi portano a fare un’ulteriore considerazione: il fenomeno corruttivo è una distorsione delle dinamiche ordinarie dei rapporti fra cittadino e burocrazia. Quando un diritto non viene più considerato come tale, ma come un favore, lì si innesca una distorsione. Da lì nascono le dinamiche di rapporti distorti con la pubblica amministrazione e la corruzione comincia ad essere percepita quasi come un male necessario al sistema. Ciò dà proprio l’idea di una forma di schiavitù, tanto dalla mafia quanto dal fenomeno corruttivo. È un male che va colpito alla radice”.

L’affondo conclusivo riguarda il comportamento che la Chiesa deve tenere nei confronti dei mafiosi. A riguardo Pennisi spiega che la Chiesa, in forza della sua stessa missione, rivolge ai mafiosi l’appello alla conversione.

Tuttavia essa deve vigilare affinché l’esercizio del ministero di annuncio della misericordia di Dio non sia strumentalizzato dal mafioso, ad esempio durante la sua latitanza, e non si configuri, di fatto, come copertura o favoreggiamento di quanti hanno violato e talvolta continuano a violare la legge di Dio e quella degli uomini.

Nel caso del mafioso, la conversione comporta un impegno fattivo affinché sia debellata la struttura organizzativa della mafia. Ma Pennisi non conclude qui il suo discorso e aggiunge anzi che la conversione non può essere ridotta a fatto intimistico, ma ha sempre una proiezione pubblica ed esige comunque la riparazione.

Nel caso del mafioso, la conversione non potrà certo ridare la vita agli uccisi, ma comporta comunque un impegno fattivo affinché sia debellata la struttura organizzativa della mafia, anche con l’indicazione all’autorità giudiziaria di situazioni e uomini, che se non fermati in tempo, potrebbero continuare a provocare ingiustizie.

La mancanza di una tale indicazione da parte del mafioso convertito, oltre a configurarsi come atto di omertà, sembra ignorare il dovere della riparazione. Non si deve dimenticare che c’è un nesso tra peccato di cui ci si pente e pena da assumere in espiazione del peccato. Nel caso di peccati legati all’appartenenza mafiosa, la “soddisfazione” del peccato sia da vedere anche nelle pene sancite dalla condanna detentiva della magistratura, alle quali perciò il mafioso convertito potrebbe cercare di non sottrarsi.