Il silenzio non paga e allora Antonio Candela si presenta in Procura. Per cinque ore, ieri pomeriggio, l’ex commissario anti-Covid della Regione – in camicia chiara e pantalone scuro, dimagrito ma combattivo- è stato davanti ai pm Giovanni Antoci e Giacomo Brandini, che coordinano, col procuratore aggiunto Sergio Demontis, l’inchiesta Sorella Sanità. Cinque ore dalle 15,30 in poi in cui in sostanza I’ex manager dell’Asp 6, paladino della legalità finito agli arresti il 21 maggio, per corruzione e induzione a dare o promettere utilità, ha scaricalo tutto o quasi sul suo ex delfino cioè Giuseppe Taibbi. “Ho sbagliato a fidarmi del mio collaboratore – ha detto l’ex direttore generale dell’azienda sanitaria provinciale – ma l’ho fatto anche perché diceva di essere legato a…”

Un millantatore, Taibbi, ha spiegato Candela, difeso dall’avvocato Giuseppe Seminala, capace di simulare di essere in contatto con importanti personalità nazionali, dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella all’ex premier Paolo Gentiloni: grazie a una diavoleria elettronica fingeva di ricevere telefonate dalle batterie del Quirinale o di Palazzo Chigi e si diceva infiltrato di apparati dello Stato per indagare sulla sanità corrotta. Cosa che avrebbe convinto l’ex manager di essere vicino a una persona credibile. E invece era tutto il contrario. Versione credibile, quella di Candela? Le indagini proseguono.

L’indagato si trova ai domiciliari e non aveva risposto al Gip Claudia Rosini, che pure aveva detto di no al carcere per lui e per vari altri indagati, Taibbi compreso, tanto che la Procura ha fatto ricorso al tribunale del riesame, in sede di “appello”, e l’udienza si terrà ai primi di agosto. Chi è in carcere è invece Fabio Damiani, ex dirigente del’Asp 6, ex presidente della Cuc, la centrale unica di committenza che decide sull’assegnazione degli appalti anche nella sanità, ed ex direttore generale dell’Asp di Trapani. Come lui è in cella Salvatore Manganaro, stretto collaboratore proprio di Damiani. Gli appalti che sarebbero stati aggiustati valgono oltre 600 milioni.

Già dalle intercettazioni e dalle indagini del Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza emergeva come Taibbi fosse legato ad “altissimi livelli in Procura”, con un personaggio a sua volta vicino a “un’importante istituzione di livello nazionale”, secondo la sintesi fatta dagli investigatori a corredo delle intercettazioni di personaggi come Damiani, Manganaro e i dirigenti d’azienda Francesco Zanzi e Roberto Satta, che ne parlavano tutti insieme l’8 gennaio 2019.

Taibbi, secondo Satta, sarebbe stato “figlioccio” dell’istituzione e Manganaro gli attribuiva “un padrino in Procura”. Candela conferma davanti ai pm che Taibbi così si presentava, ma che a lui il presunto legame non risultava affatto, perlomeno direttamente. Tuttavia, grazie a questo tipo di atteggiamento, ai marchingegni informatici, alla sicumera, godeva di stima e potere. “Io sono estraneo alle contestazioni, non ho preso tangenti- afferma l’ex manager indagato- e Taibbi aveva propri interessi personali ed economici. Io ho sbagliato, sì: ma solo a fidarmi di lui”. Che probabilmente spendeva il suo nome, ipotizza Antonino Candela, in auge col governo presieduto da Rosario Crocetta, molto vicino a personaggi della sinistra dura e pura e però riciclato, di recente, anche dal governo di centrodestra di Nello Musumeci, con la nomina – risalente a marzo – riguardante l’emergenza Coronavirus. E dire che l’indagato si lamentava delle proprie trombature, nel 2018, minacciando di ricorrere a strumenti di ricatto contenuti in archivi segreti, i cosiddetti Nas, contro lo stesso presidente della Regione e il suo assessore alla Salute Ruggero Razza. Nulla di tutto questo ci sarebbe stato però nella realtà: erano dunque solo sfoghi di un boiardo regionale deluso?

Candela nega anche di avere sostanzialmente ricattato ed esercitato pressioni su Damiani, una delle accuse che gli vengono mosse dai pm. Insomma, la prima uscita in Procura da indagato, del manager che spesso andava a fare denunce, è una difesa a spada tratta delle proprie posizioni. Si è però incrinato il muro del silenzio che aveva accomunato i dieci sottoposti a misure restrittive: nessuno finora aveva risposto ai magistrati. Altri legali stanno già cercando di concordare interrogatori. Il silenzio non paga. E le parole che si dicono, pagano?