La vita è imprevedibile. Chi lo doveva dire che il Palermo sarebbe finito in quarta serie e che in serie D avrebbe portato sugli spalti più di 15.000 spettatori.

E chi lo doveva dire che Mario Alberto Santana, uno dei primi giovani scoperti da Zamparini, sarebbe tornato nella città che lo ha lanciato diventando, ora quasi quarantenne, la bandiera di una squadra in cerca di riscatto.

Quando iniziò l’era di Zamparini si era appena varcata la soglia del nuovo millennio. Il patron Zamparini, giunto a Palermo, volle portare con sé da Venezia – dove aveva concluso un’esperienza da dimenticare – un ventenne argentino. A Venezia, quel ragazzo (Mario Alberto Santana) aveva fatto quattro brevi apparizioni. Quanto bastava per mettere in mostra il suo talento. Da vendere.

Il primo campionato della presidenza di Zamparini fu il 2002-2003, in serie B. Tre allenatori, un lungo duello col Lecce per conquistare la massima serie, alla fine, proprio all’ultima giornata, perduto. Santana, il ragazzino argentino che ancora non parlava l’italiano fu uno dei maggiori protagonisti, soprattutto nella prima parte del torneo. I tifosi palermitani furono subito conquistati dalle sue finte di corpo, dal palleggio elegante, dalle sue serpentine, repertorio tipico sudamericano. E dal suo volto da “angelo dalla faccia sporca”.

Ma Santana non fu ammirato solo dai fan palermitani, il mondo del calcio si accorse di lui. Inserito nella trattativa per portare al Palermo Eugenio Corini, Santana fu ceduto in prestito al Chievo Verona di Luigi Del Neri. Fu così che per lui la serie A, dove allora giocava il Chievo, divenne una realtà un anno prima rispetto ai suoi compagni rosanero.

E in serie A Mario Santana si mise subito in evidenza. Era il giocatore perfetto per Del Neri: un’ala sgusciante con vocazione agli assist, proprio quello che occorreva per il suo 4-4-2.
Poi, il Palermo in serie A, Santana ritorna nel capoluogo siciliano, e vi resterà per qualche anno con alterne fortune. Si accorgono di lui persino i selezionatori della nazionale argentina, che lo convocano per alcune amichevoli (in una segna pure un goal), ma i malanni fisici si accaniscono contro di lui.

Troppe volte è costretto a fermarsi per vari infortuni muscolari. Va via da Palermo, ma non riesce a sfruttare la chances che gli offre il Napoli, dove comunque gioca uno scampolo di partita in Champions League. E’ a Firenze, alla corte di Prandelli, che Mario conosce le stagioni migliori, accanto a fior di attaccanti come Pazzini e soprattutto quel funambolo di Mutu. Dopo, a parte una più che discreta parentesi a Torino, comincia, complice l’età che passa per tutti, il declino.

Innamorato del suo mestiere, però, Santana non riesce a stare fuori dai campi verdi e, pur di continuare a giocare, scende di categoria. E’ nella Pro Patria, società dai passati gloriosi, che Santana ritrova un altro se stesso. Adesso, giocatore maturo, prende in mano la squadra, diventa un punto di riferimento per i compagni, indossa la fascia di capitano e contribuisce tantissimo a portare la Pro Patria in serie C segnando tanti goal quanti non ne aveva mai realizzati in passato.

Ma quando il Palermo l’ha chiamato, anzi richiamato, la sirena per lui è stata irresistibile. Da rimanerne stregato. Peggio di quelle che fermarono il ritorno di Ulisse a Itaca.

Mario non avrebbe potuto dire no alla città che l’ha battezzato nel campionato italiano e che gli ha aperto la strada a una carriera comunque prestigiosa e frutto di tanti guadagni.

Lui che era povero, povero in canna, come i suoi tanti fratelli rimasti i Argentina. E ricco solo di talento.