In Sicilia il diritto alla casa è diventato irraggiungibile per una quota crescente di famiglie”. Con questa constatazione senza appello, Roberto Alosi, segretario generale del SUNIA CGIL Sicilia, apre il fuoco contro il Piano Casa varato dal governo Meloni, giudicato inadeguato, sbilanciato e, nei fatti, inutile per l’Isola.
Il piano del Governo: cosa prevede
Il provvedimento, presentato dall’esecutivo come risposta strutturale alla crisi abitativa nazionale, punta a rendere disponibili circa 100.000 alloggi entro il 2036, tra edilizia popolare, housing sociale e unità a prezzi calmierati. Sul piatto ci sarebbero fino a 10 miliardi di euro di risorse pubbliche, concepite come leva per attrarre capitali privati attraverso un apposito fondo d’investimento. Il piano si articola su tre assi: il recupero di circa 60.000 alloggi pubblici oggi inutilizzati o degradati, la costruzione di nuove unità residenziali destinate a redditi medio-bassi, e la semplificazione burocratica degli iter edilizi. Nella stessa cornice si inserisce anche l’annuncio di misure per accelerare le procedure di sfratto
Le contestazioni del SUNIA: un piano che non vede la Sicilia
Per Alosi, il punto di partenza del Governo è sbagliato. La Sicilia ha un fabbisogno stimato tra le 80 e le 120 mila unità di alloggi popolari e sociali, a fronte di un patrimonio pubblico ampio ma per larga parte inutilizzabile. “È da qui che dovrebbe partire un vero piano: recuperare, riqualificare e assegnare gli alloggi esistenti”, dice il segretario. Fin qui, sulla carta, una convergenza con l’impostazione governativa. Ma è sulla filosofia complessiva del provvedimento che il sindacato degli inquilini rompe.
Il nodo è il ruolo dei capitali privati. Il Piano Casa li chiama come moltiplicatori della spesa pubblica; il SUNIA li teme come vettori di speculazione. “Il rischio concreto”, avverte Alosi, “è che una parte rilevante delle risorse finisca per sostenere operazioni immobiliari e rendite, anche attraverso l’ingresso di grandi fondi finanziari, piuttosto che rafforzare l’edilizia pubblica destinata alle fasce più deboli”
Il nodo strutturale: salari bassi, insularità, spopolamento
Dietro la critica al piano c’è una lettura più ampia della condizione siciliana. Oltre il 33% degli occupati nell’Isola guadagna meno di 10.000 euro lordi l’anno. I redditi sono strutturalmente al di sotto della media nazionale. Il lavoro è precario e discontinuo. In questo quadro, anche un affitto calmierato può restare fuori portata. Il SUNIA punta il dito sull’insularità come variabile ignorata: costi più elevati, minori investimenti, difficoltà di accesso al lavoro. A questo si aggiunge lo spopolamento delle aree interne, che rende ulteriormente disomogenea qualsiasi politica abitativa pensata su scala nazionale.
L’allarme sfratti
Particolarmente dura la posizione del sindacato sulle misure anti-morosità. In Sicilia, ricorda Alosi, tra il 60 e il 70% degli sfratti è riconducibile a morosità incolpevole — ovvero a famiglie che non pagano l’affitto perché non possono, non perché non vogliano. Accelerare le procedure in questo contesto, senza intervenire sulle cause — lavoro povero, precarietà, assenza di sostegni — significa, secondo il SUNIA, scaricare sulle fasce più vulnerabili il costo di un problema che ha radici economiche e sociali.
La proposta: casa, lavoro e coesione territoriale
La richiesta del SUNIA CGIL Sicilia al Governo è netta: un cambio di rotta che metta insieme casa, lavoro e coesione territoriale, con risorse vincolate al Mezzogiorno e misure straordinarie per compensare lo svantaggio dell’insularità. Senza questo, conclude Alosi, il Piano Casa “rischia di diventare un’occasione mancata, incapace di rispondere ai bisogni delle persone e di fermare l’aumento delle disuguaglianze”.






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