Verifiche sul vino prodotto in una delle cantine coinvolte nel presunto scandalo del “vino sofisticato”. Ci sarebbe il via libera dell’autorità giudiziaria sulla sua commercializzazione. Almeno questo è quanto asserisce l’amministratore giudiziario di una delle cantine che nei giorni scorsi sono state colpite dal sequestro nell’ambito dell’operazione della guardia di finanza della compagnia di Partinico che ha portato ai sigilli di un intero compendio aziendale, del valore di circa 3 milioni di euro, all’interno del quale operava uno stabilimento enologico, dedito ad attività di sofisticazione di vini, con sede a Monreale. A finire nel mirino oltre 3,3 milioni di litri di prodotto vinoso, imbottigliato e sfuso distribuito poi in altre cantine, tra cui per l’appunto si era parlato di una cantina del comprensorio dello jatino nel provvedimento degli inquirenti.

Un taglio con il passato

“La misura cautelare in corso di esecuzione – sostiene l’amministratore giudiziario della cantina – separa una definitiva censura rispetto alle condotte del passato. Il vino rinvenuto in cantina all’atto del sequestro è stato sottoposto ad accurate analisi, in esito alle quali è risultato rispondente ai parametri di legge, e pertanto ne è stata autorizzata dall’autorità giudiziaria la commercializzazione”. L’amministratore giudiziario avrebbe inoltre ottenuto dall’autorità giudiziaria le autorizzazioni necessarie ad assicurare un costante presidio dell’intero ciclo produttivo, dalla fase di acquisto delle materie prime a quella di distribuzione del prodotto.

“Garanzia di qualità del prodotto”

Dal risultato delle analisi, sempre secondo l’amministratore giudiziario, “deriva la massima garanzia della bontà del prodotto commercializzato e pertanto auspico che il mercato, in una terra dove la conservazione del lavoro e delle poche realtà aziendali presenti assume un valore prezioso, possa dare fiducia alla gestione in atto”.

L’operazione

Secondo quanto accertato invece dalle fiamme gialle il vino sofisticato, mischiato ad acqua e zucchero, viaggiava soprattutto nella zona dello jatino, area oltretutto notoriamente vocata per la presenza di importanti cantine vitivinicole. E difatti dei 9 indagati la maggior parte sono residenti proprio in questo comprensorio. In particolare ad essere coinvolte sono state una cantina di San Cipirello e una di San Giuseppe Jato. Cinque degli indagati sono sancipirellesi, uno è di San Giuseppe Jato. Gli altri tre risiedono a Palermo, Monreale e nella frazione monrealese di Grisì.

L’indagine si deve ancora sviluppare

L’indagine è partita su delega della locale Procura della Repubblica di Palermo e ha visto operare i finanzieri del comando provinciale di Palermo e i funzionari dell’ispettorato repressione frodi (Icqrf) del ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali. Come evidenziato dagli inquirenti resta ancora da capire se le cantine coinvolte in questa operazione, quindi anche quelle dello jatino, fossero consapevoli del raggiro o compiacenti. Sono state anche effettuate perquisizioni e sequestri su tutto il territorio nazionale, con la collaborazione dei reparti della guardia di finanza competenti per territorio e di funzionari dell’Icqrf, con l’obiettivo di bloccare le partite di prodotto contraffatto e adulterato distribuite dal titolare della cantina.

Un sistema di raggiri

In particolare, le investigazioni svolte dai finanzieri della compagnia di Partinico, scaturite da un’indagine d’iniziativa nel settore della tutela del consumatore e del made in Italy, hanno permesso di accertare che una nota cantina con sede a Monreale, riconducibile ad un soggetto noto nell’ambito della commercializzazione di vini, aveva, verosimilmente, posto in essere complessi raggiri contabili grazie all’ausilio di altre società consorelle, esistenti all’interno del compendio aziendale, costituite ad hoc, annotando fittizie introduzioni di mosti, uve e vini, con il mero fine di creare un presupposto di apparente legalità ai prodotti vitivinicoli, commercializzati con false denominazioni di origine e indicazioni geografiche siciliane, stante alle evidenze investigative, ottenuti anche mediante l’utilizzo fraudolento di zucchero miscelato con l’acqua.

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