Per settimane si era riusciti a stare lontani dalle polemiche politiche. Ma era evidente che fosse la brace sotto la cenere. Che un fuoco covava e che sarebbe esploso. La Lega contro il premier Conte. Italia Viva contro il governo. Berlusconi, timidamente, a favore delle misure economiche caldeggiate dal governo. La Lega contro Berlusconi. Berlusconi per sé e contro i suoi alleati che l’avevano messo all’angolo. Riassumere le posizioni sarebbe faticoso. E inutile.  Allora val la pena giocare di contrattacco.

C’è voluto il coronavirus per scoprire che le scuole non hanno piani di protezione utili a fronteggiare condizioni di emergenza tanto che gli studenti italiani salteranno più o meno a piè pari l’anno scolastico con la sola eccezione dell’esame orale per la maturità e forse, se il ministro Azzolina, toglie il veto, la presentazione della tesina unica per i ragazzi delle terze medie che così andranno a salutare i professori e abbracceranno “virtualmente” i compagni di classe.

C’è voluto il coronavirus per scoprire che le carceri italiane sono un immondezzaio pubblico. E anche se è prevedibile che l’argomento solletichi la pancia giustizialista di chi i criminali li vuole vedere marcire in gattabuia, vi svelo un segreto: lo Stato non è assassino. Non può esserlo anche se al ministro Alfonso Bonafede piacerebbe tanto fregarsene dei diritti costituzionali, anche quelli dei detenuti. E allora, se c’è un elenco di detenuti che probabilmente uscirà – o è uscito – dal carcere per evitare condizioni di rischio visto lo stato di salute, vorrà dire che esplicitamente lo Stato avrà dichiarato la propria incapacità a offrire un servizio di assistenza sanitaria degna di questo nome in ambienti ristretti come sono gli istituti di pena. Chissenefrega, dirà la maggior parte.

Lo capisco, eh. D’altronde, ce ne siamo fregati anche delle condizioni di vita degli anziani negli ospiti. Perché c’è voluto il coronavirus per scoprire che le residenze sanitarie assistenziali italiane sono popolate da personale sanitario o parasanitario non in grado di far fronte a condizioni emergenziali di contagio. Pandemia, la chiamano. E così, con gradi di responsabilità diverse e poi di colpevolezza quando la magistratura avrà fatto il suo lavoro, avremo chiara l’idea che abbiamo consegnato i nostri vecchi a strutture, rsa o case di riposo, che altro non erano se non un luogo più o meno lager dove parcheggiarli in attesa dell’ultimo giorno. E se nel frattempo, i giorni che portano all’ultimo, fossero stati vissuti in totale solitudine, in colpevole incuria, in criminale sopruso, chissenefrega.

C’è voluto il coronavirus per capire che il sistema sanitario nazionale soffre, al di là della retorica idealistica dei medici e infermieri eroi, di un ritardo cronico. Che un infettivologo arcigno come Massimo Galli ha sintetizzato così in un confronto poco ideale con il sistema sanitario tedesco: “In Germania hanno pochissimi morti perché appena un paziente ha la febbre arriva il medico di base fa il tampone e da l’antivirale. Se la situazione non migliora viene portato in ospedale entro tre giorni. In Lombardia chiami il medico di base che ti dice al telefono che devi prendere la tachipirina. Dopo 6 giorni se non respiri e quindi il virus ha raggiunto i polmoni e la situazione è quindi già compromessa ti vengono a prendere e se hai fortuna e c’è posto ti mettono in terapia intensiva altrimenti aspetti ancora, purtroppo chi poi esce dalla terapia intensiva vivo ha comunque pesanti problemi sia a polmoni che reni e fegato. L’alta mortalità senza diagnosi precoce e senza cure adeguate è facile quindi raggiungerla”. Chiaro no? C’è voluto il coronavirus per scoprirlo. Pure il professore Galli sembra averlo scoperto adesso.

C’è voluto il coronavirus per scoprire che i tempi della giustizia italiani sono eterni. E questa è una parziale verità: ovvero che si sapeva bene, anzi benissimo. Ora che il coronavirus ci consente la possibilità di velocizzare questi tempi, usando le tecnologie per celebrare parte dei procedimenti con i sistemi di video collegamento, i penalisti italiani che fanno? Protestano. Perché non viene garantito il modello processuale costituzionalmente costruito. La magistratura si divide. I tempi, inevitabilmente, anche in attesa di un nuovo dibattito su modi e tempi del processo virtuale, si allungano.

Tutte scoperte degli ultimi mesi, delle settimane di quarantena che stiamo vivendo. Perché gli italiani siamo così: scopriamo all’improvviso. E ci indigniamo. Per poi dimenticarcene. Ecco: l’ultima perla della retorica in tempo di coronavirus. Ne usciremo migliori. No. Ne usciremo come siamo nel profondo. Se eravamo m…ediocri, emergerà tutta la mediocrità possibile di un paese. Se eravamo decenti allora riusciremo a sfangarla. C’è da sperare che la maggior parte degli italiani sia decente nel profondo. Ma le eccezioni che si vedono in giro sono troppe per sperarlo.