Quando non si ha più nulla, anche un edificio fatiscente può sembrare una casa. A Siracusa è successo in due luoghi simbolo dell’abbandono: l’ex Casa del Pellegrino, davanti al Santuario della Madonna delle Lacrime, e i casotti dentro il parco Robinson di Bosco Minniti. Strutture di proprietà comunale, lasciate al degrado, che sono diventate rifugi di fortuna per chi un alloggio non ce l’ha. La risposta dell’Amministrazione è stata una sola: blindare tutto e murare i varchi da cui le persone entravano.
Dentro i muri
Tra chi ha trovato riparo in quelle strutture ci sono stranieri, ma anche italiani che hanno perso lavoro, casa, ogni appiglio. Le condizioni igieniche e sanitarie sono fortemente precarie, e nessuno lo nega. Ma l’effetto della scelta del Comune è quello di spostare il problema, non di risolverlo. Chi stava dentro, adesso, dorme altrove: probabilmente più esposto, certamente meno visibile.
La denuncia di Gambuzza
Il segretario provinciale del Pci di Siracusa, Marco Gambuzza, è la voce che ha portato queste situazioni all’attenzione pubblica. Lo ha fatto con i video, che mostrano senza filtri l’interno delle strutture, e con presidi organizzati davanti ai luoghi dell’emergenza. Ha lanciato anche appelli alla Prefettura perché la questione abitativa venga affrontata a un livello più alto di quello comunale.
La sua tesi è netta: murare non è una politica, è un’assenza di politica. “La soluzione non è chiudere le porte”, sostiene, ma affrontare il nodo dell’emergenza dando un tetto a chi non ce l’ha. Una posizione di parte, certo, ma che ha il merito di porre la domanda che l’Amministrazione, finora, ha eluso: dove devono andare queste persone?
Il caso di via Foti
Su un piano diverso, ma nello stesso scenario, si colloca quanto accaduto l’8 ottobre alla Mazzarona. In via Foti la Polizia municipale, in raccordo con la Questura e alla presenza dei servizi sociali, ha sgomberato una pineta dove nelle ultime settimane si era accampato un uomo in tenda, e dove si erano accumulati rifiuti e materiali ingombranti. Il personale della Risam, che gestisce l’igiene urbana, ha rimosso e avviato a smaltimento ciò che c’era attorno alla tenda: sedie, divani, tavolini.
Secondo il Comune, all’uomo erano state offerte nei giorni precedenti soluzioni abitative, rifiutate fino alla mattina dello sgombero. Il sindaco Francesco Italia parla di un intervento non facile, perché occorre contemperare il diritto di tutti al decoro degli spazi comuni e quello di una persona di scegliere come vivere. L’uomo, fa sapere l’Amministrazione, ha accettato di mantenere i contatti con i servizi sociali. L’assessore alla Polizia municipale, Sergio Imbrò, rivendica la volontà di “eliminare le situazioni di degrado senza perdere di vista la persona”.
Sono vicende diverse. In via Foti il Comune sostiene di aver offerto un’alternativa, mentre nelle altre due strutture a parlare sono i varchi murati. Ma il filo che le tiene insieme è lo stesso: l’intervento arriva quando lo spazio pubblico è compromesso, e la questione di fondo, cioè dove vivano queste persone, resta sullo sfondo.
Una città che respinge
Basta alzare lo sguardo dai singoli episodi per vedere il quadro. Secondo il Sunia, nella provincia di Siracusa sono oltre 1.600 le famiglie che cercano casa, e nel solo capoluogo più di 800 attendono da anni un alloggio popolare. L’affitto medio in città supera i nove euro al metro quadro, e il mercato tende a premiare chi offre garanzie immediate, lasciando fuori chi ha contratti precari e redditi bassi.
Il problema non è solo siracusano. Il sindacato degli inquilini stima circa 40 mila famiglie in emergenza abitativa in tutta la Sicilia, mentre il Report 2025 del Forum dell’Abitare indica il 41,4% delle famiglie a rischio povertà o esclusione sociale e oltre 24 mila domande inevase per le case popolari. A Siracusa, poi, la pressione degli affitti brevi nei quartieri più appetibili restringe ulteriormente l’offerta per chi cerca una casa stabile.
Il tetto, non il muro
In questo contesto, le strutture abbandonate occupate dai senzatetto sono il sintomo di una crisi più ampia, non un’anomalia da cancellare con mattoni e calce. Il decoro urbano è un diritto, e nessuno può contestare al Comune il dovere di tutelare edifici e spazi pubblici. Ma se ogni intervento si esaurisce nella chiusura e nello sgombero, il risultato è un’emergenza che cambia indirizzo senza mai risolversi. La domanda sollevata da Gambuzza, e rilanciata alla Prefettura, resta in attesa di una risposta: quale soluzione abitativa, per chi non ha un tetto, a Siracusa?






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