L’esito del referendum sulla Giustizia nel Siracusano racconta una storia che va oltre i numeri. Racconta di una coalizione, il Centrodestra, che aveva alzato il Sì come vessillo identitario e che sul proprio territorio non è riuscita a tradurlo in consenso. Il No ha vinto con il 62,47 per cento, con un’affluenza del 45,20 per cento, sostanzialmente allineata al trend regionale ma lontana dal 59 per cento della media del Paese. Meno gente al voto, più No tra chi ci è andato: una doppia sconfitta per chi aveva scommesso sulla mobilitazione.

Eppure, in questo paesaggio uniforme, spuntano due anomalie geografiche che meritano attenzione, perché non sono casuali. A Portopalo di Capo Passero il Sì ha vinto con il 61 per cento. A Pachino, a pochi chilometri di distanza, ha prevalso con il 53 per cento. Due Comuni confinanti, due eccezioni rispetto a un territorio che ha risposto in tutt’altra direzione.

Portopalo e Pachino: quando il sindaco trascina

A Portopalo governa Rachele Rocca, sindaca di Fratelli d’Italia, affiancata da un vice, Corrado Lentinello, dello stesso partito. FdI è stato il motore della campagna referendaria, il partito che più di ogni altro ha investito sul Sì con energia e capillarità. E a Portopalo il risultato si è visto.

A Pachino il discorso è più sfumato. Il sindaco Giuseppe Gambuzza è espressione del Centrodestra, sostenuto da Forza Italia, DC e Mpa, ma senza FdI tra i suoi sponsor durante la campagna elettorale. Il Sì ha comunque prevalso, anche se con un margine più contenuto.

Augusta: il sindaco candidato e il conto che non torna

Spostandosi verso nord, il quadro cambia. Ad Augusta, città portuale e industriale governata dal sindaco Giuseppe Di Mare, esponente di FdI e candidato per un secondo mandato alle amministrative di maggio, il Sì si è fermato al 38,18 per cento. Il No ha sfondato il 61 per cento.

È un dato che pesa. Non tanto come giudizio sull’amministrazione Di Mare, il referendum è una cosa, le comunali un’altra, ma come segnale di quanto sia difficile fare da cinghia di trasmissione tra la linea del partito e l’elettorato. Augusta è un Comune complesso, con dinamiche proprie, e il voto referendario racconta che il messaggio del Sì non ha attecchito. Per un sindaco in campagna elettorale, non è un buon viatico.

Avola e il caso Cannata: il Sì della Piaggio

La storia più curiosa del referendum siracusano porta il nome di Luca Cannata, deputato nazionale di FdI e vicepresidente della Commissione Bilancio alla Camera. Cannata ha condotto una campagna referendaria instancabile, incontri, presenze, post, sollecitazioni.

Il problema è che ad Avola, sua città, dove è stato sindaco per due mandati prima di lasciare il testimone alla sorella Rossana, il Sì si è fermato al 40,48 per cento.

Ma c’è di più. Nel pieno della giornata di voto, Cannata ha pubblicato sui social un post che celebrava le qualità di un antico ciclomotore Piaggio ormai fuori produzione: un involontario, o forse no, rimando al Sì. La risposta non si è fatta attendere. Gioachino Tiralongo, storico avversario politico, ha rilanciato con un altro modello Piaggio, quello in voga tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta: il Ciao. Il messaggio era chiaro. Dopo i risultati della sera, lo scambio è diventato virale. Il referendum aveva parlato, e il Ciao aveva un sapore particolarmente amaro.

Il Centrodestra nei propri feudi: il No sfonda ovunque

Il panorama nei Comuni tradizionalmente orientati a destra è impietoso. A Rosolini, territorio di Riccardo Gennuso, parlamentare regionale di Forza Italia, il Sì ha raccolto il 40 per cento. A Melilli, dove governa Peppe Carta, deputato regionale del Mpa-Grande Sicilia e sindaco  i favorevoli alla riforma si sono fermati al 32 per cento. Di Melilli è la senatrice di Forza Italia, Daniela Ternullo.  A Sortino, comune di residenza del deputato regionale Dc Carlo Auteri, il No ha toccato il 70 per cento.

A Priolo, importante centro industriale guidato dal sindaco Pippo Gianni, protagonista di recente anche di vicende interne all’amministrazione, con lo scioglimento del Consiglio comunale dopo il mancato approvazione del bilancio, il No ha raggiunto il 71 per cento. Una percentuale che racconta di un elettorato poco incline a seguire le indicazioni di voto, a prescindere dal colore politico di chi governa.

Il primato assoluto del No va a Cassaro: 81,50 per cento. Una comunità piccola, poco più di settecento abitanti, ma dal voto netto, quasi plebiscitario. A Siracusa città, rappresentata alla Regione dal deputato regionale del M5S, Carlo Gilistro, ed a Roma dal parlamentare del M5S, Filippo Scerra e dal senatore del Pd, Antonio Nicita – tutti ostili al Governo Meloni –  il No ha vinto con il 65,23 per cento, confermando che nel capoluogo la propensione al cambiamento in chiave giudiziaria non ha trovato terreno fertile.

Il cortocircuito

Cosa è successo, dunque? Il referendum era sostenuto con forza dal Centrodestra, che ne aveva fatto una battaglia politica oltre che di merito. Eppure la sua base elettorale non si è mobilitata in misura adeguata. Qualcosa si è inceppato nella catena di trasmissione tra la dirigenza e il popolo dei partiti.

I penalisti, schierati a favore del Sì, hanno fatto la loro parte ma non è il loro mestiere mobilitare le masse e non si poteva certo attendersi da loro una capacità di penetrazione che non appartiene alla loro natura. La delusione più grande riguarda il consenso di prossimità: quello che si costruisce sui territori, nei Comuni, attraverso le reti di partito.

Il profilo degli elettori

Sul fronte opposto, il Centrosinistra ha dimostrato  una capacità organizzativa che non va sottovalutata.

C’è poi un elemento sociologico che aiuta a leggere il voto. L’elettore che, per convenzione, possiamo definire moderato è, per sua natura, meno ideologizzato. Non sente l’urgenza di difendere simboli o totem. Il progressista, invece, ha nella Costituzione uno di quei riferimenti fondanti, non negoziabili. Di fronte a un quesito percepito come potenzialmente lesivo di quei principi, la risposta è stata quasi riflessa.

Ma ridurre il No a un fatto identitario sarebbe riduttivo. Nel risultato si legge anche qualcosa di più concreto, più viscerale: un messaggio al governo nazionale. Che sia stato recepito, è un’altra questione.